Fegato

Sto morendo. No, non sto facendo la vittima. No, non sto subendo nessun decadentismo emotivo. Sto morendo. Sono qui, in questo scomodissimo letto (il materasso sembra la suola di una scarpa) con una flebo infilata nel braccio sinistro. Ho gli occhi chiusi, cerco di respirare profondamente, e di calmarmi; morire spaventa. Morire da soli, poi, è anche faticoso. Già, al mio capezzale non c’è nessuno. Circa dieci minuti fa è passata l’infermiera, a controllarmi, ma ora non c’è nessuno. La mia compagna di stanza, Laura, è stata dimessa stamattina. Mi ha salutato con un sorriso sollevato, e si è voltata. Non la biasimo: gli ospedali ti prosciugano. Altro che guarigione! Io, la mia vita, gliel’ho data tutta, a questa stanza bianco latte. E infatti il mio cuore si è svegliato pigro, stamattina. Non vuole più battere. Ed è faticoso, morire da soli, perché non c’è nessuno che ti incoraggi a farlo: devi fare tutto da sola, e sperare di riuscirci.
Non avrei mai pensato di finire qui. Pensavo che sarei morta nel mio letto, nel sonno, accanto a mio marito. E invece sono qui. Non ho raggiunto la mezza età, e non sono sposata. Non ho nessuno che mi aspetta, a casa. I miei genitori vivono all’altro capo dello Stato. Chissà chi li informerà, che non ci sarò più. Chissà se a loro importerà qualcosa.

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Blue

I lampeggianti blu dell’ambulanza rimbalzano nel nero marzolino. Non riesci a sentire nulla: solo un debole fischio, e l’asfalto sotto di te che vibra con intensità sempre diversa. Anche dentro di te nulla si agita. Sei consapevole dell’aria pungente che colpisce i tuoi occhi spalancati; del bagnato che ti cola giù per la guancia. Ma il tuo cuore è muto: non si pronuncia. Le tue sinapsi rantolano per un secondo: articolano domande su domande, provano un check completo del sistema, ma tu le reprimi.
Ecco, la macchina che si rivolta contro sé stessa!
Le luci blu vengono coperte da due figure che non riesci a mettere a fuoco. Sai che ti toccano, perché avverti varie pressioni ovunque, ma sono lontane.
Tu sai quello che hai fatto, sembra dirti il cielo. Ti lasci sfuggire una sola domanda:

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Supersuono

Lo ricordava, il giorno che lo avevano portato a casa. Aveva sbirciato dal corridoio i genitori che lo sistemavano con cura nella camera che dava sulla piazza, contemplandolo soddisfatti. Quella mattina il sole era nascosto dietro le nuvole, ma era alto nel cielo, e illuminava la stanza come un riflettore, mettendo in risalto proprio quel massiccio rettangolo appoggiato alla parete.

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L’alieno

Era una grigia mattina di febbraio, ventosa e fredda. Il cielo era carico di pioggia, pronto a rilasciare i suoi freddi proiettili in qualsiasi momento. In un asilo alla periferia della città i bambini, muniti di impermeabile e stivali di gomma, osavano sfidarlo, saltando nelle pozzanghere, tra risa e schiamazzi. Le maestre li osservavano da sotto il portico, braccia conserte, intirizzite dal freddo, con un leggero sorriso nostalgico.

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