[Victor] Il tradimento ha il sapore del whisky

[Victor] Il tradimento ha il sapore del whisky

Victor Waterfall pensava che la musica sarebbe stata più alta, ma quando finalmente oltrepassò i due lunghi castagni – piccole colonne d’Ercole che separavano la radura dal resto del bosco – e sbucò nell’ampio spazio coronato dalla foresta dovette ricredersi.

Di fronte a lui, più alta di quanto pensasse, nera contro le chiome alberate e circondata da un’immateriale aura dorata si ergeva la baita della famiglia Lopez, la cui facciata terminava in un angolo acuto che sembrava toccare direttamente il cielo notturno pieno di stelle ma senza luna. Accanto a quella punta acuminata si levava tutt’intorno il fumo del camino, che distribuiva nella radura odore di legna arsa e salsicce abbrustolite, odori che Victor respirò a pieni polmoni. Quell’ambiente riassumeva tutto ciò che aveva apprezzato nel corso dell’addestramento sul campo: montagna, freddo e solitudine, anche se in quel momento non era solo. Dietro di lui, fermi e con lo sguardo puntato sulla baita avvertiva la presenza costante e familiare di Luke e Matsu, i suoi migliori amici di sempre; i suoi fratelli di sangue.

Rimasero tutti e tre fermi per un lungo minuto a contemplare l’edificio e ad ascoltare i suoni della foresta mescolarsi a quelli della festa, poi si decisero a percorrere la breve distanza rimasta verso il loro primo veglione di Capodanno liberi dai rigidi orari dell’Istituto, dove il 31 dicembre era un giorno come un altro e le luci si spegnevano, regolarmente, alle 21 e 30 – esclusi i ragazzi e le ragazze con più di 13 anni, che avevano diritto alle prime lezioni notturne.

Ad aprire la porta fu un ragazzo che nessuno di loro aveva mai visto, con il naso aquilino e qualche accenno di barba sparso a casaccio sul volto, che li abbandonò sulla soglia senza dire una parola, travolto da un trenino umano. L’interno della baita era quanto di meno montano Victor avesse immaginato: da un capo all’altro del soffitto basso pendevano lunghi fili ricoperti da bandierine colorate, tanto che in alcuni punti i triangolini attenuavano le luci. La penombra diffusa si spandeva gradualmente verso il fondo dello stanzone e contribuiva a trasformare le persone presenti in un grande, buio mare informe che esalava puzza di sudore, di salatini masticati, di alcol e saliva. Victor annusò quel bouquet – nuovo per lui – e scoprì che quella commistione di umanità libera e frenetica gli piaceva moltissimo.

«Vic, ragazzi!», li chiamò una voce. Sulla sinistra, quasi vicini al muro, c’erano Will e John, che agitò il braccio in segno di saluto. Con la coda dell’occhio Victor vide Luke sbracciarsi di rimando.

«I cappotti vanno al piano di sopra, prima stanza!», urlò ancora Will per sovrastare il rumore della musica e della folla.

Victor annuì, togliendosi il cappotto beige. La scala era sulla destra ed era completamente stipata di gente, che la stava usando come seduta di fortuna. Matsu gli toccò la spalla. Aveva già in mano il suo giubbotto e quello di Luke.

«È inutile andare tutti e tre. Dammi il cappotto, vado io».

Mentre Matsu si allontanava – uno spartiacque nella ressa – Victor e Luke si avvicinarono a Will e John, che passò loro un paio di bicchieri di plastica pieni di un liquido rosso.

«Bevete, è buono».

Mentre Victor assaggiava quello che si rivelò il drink peggiore che avesse mai bevuto Will indicava questo o quel compagno di corso, questa o quella recluta, questo o quell’agente. Luke annuiva assorto – il suo bicchiere era già vuoto – e faceva segno a Matsu, di nuovo una testa fluttuante sul mare di volti indistinti.

«Ci sono anche molti esorcisti», continuò Will. «Non è vero, Johnny?»

Victor non notò la sua risposta; non poteva farne a meno: ogni volta che sentiva la parola “esorcista” o che si ritrovava a stare in loro compagnia, con le camicie rosse e i loro sguardi lugubri, il suo cervello si irrigidiva e li spingeva lontano.

Gli esorcisti sono tutto ciò che gli agenti non devono essere, recitava il Manuale. E, anche se lui non era mai stato un amante dello studio, quella frase gli era rimasta marchiata a fuoco nel cervello trasformandosi nel corso degli anni in un latente e continuo disgusto nei confronti di tutto ciò che aveva a che fare con il sovrannaturale e con il Dipartimento.

Strinse il bicchiere di plastica nella mano con fermezza mentre riaffermava nella propria mente quella convinzione, e il suono della plastica ammaccata lo riportò alla realtà e al suo bicchiere vuoto.

Si voltò nuovamente verso Will.

«Senti King, non c’è altro da bere a parte quella gassosa rossa?»

Will gli indicò un punto in fondo alla sala.

«Sì, dovrebbero esserci altri liquori lì in fondo, ma non garantisco nulla».

Victor annuì, lanciò uno sguardo a Luke e Matsu – impegnati in una fitta conversazione – e si avviò, sgusciando tra la gente come un pesce. Lo sconvolse la varietà di odori che il suo naso registrò mentre si faceva strada verso il fondo della stanza: era molto più complesso e sfaccettato di quanto avesse percepito all’ingresso. Victor adorava quel genere di situazioni: l’olfatto sovrasviluppato da segugio andava sempre tenuto in allenamento, e quelle occasioni rappresentavano delle esercitazioni perfette. Gli odori corporei rivelavano molto di una persona, se si riuscivano a identificare e isolare, e la caratterizzavano al pari delle impronte digitali. Oltrepassò una coppia stretta in un bacio e un gruppo di ragazze che ridevano sfidando il muro del suono, e poi alcuni ragazzi che ballavano al ritmo degli ABBA – Dancing Queen stava animando quelli più vicini alle casse, che per fortuna non sembravano essere nella stessa direzione del tavolo – e fu di fronte al tavolo, che qualcuno aveva ricoperto con una tovaglia di carta arancione per limitare i danni. Molte ciotole erano completamente vuote; ne restavano alcune con dei salatini al sesamo e altre con lecca-lecca incartati singolarmente. Le bottiglie non se la passavano meglio: gli analcolici erano finiti, e a una prima occhiata gli sembrò che anche gli alcolici avessero fatto la stessa fine, ma poi il naso gli suggerì di guardare sotto il tavolo, dove trovò – salva per miracolo – una bottiglia di Johnny Walker ancora piena per metà.

Mentre se ne versava un abbondante bicchiere sentì mescolarsi al profumo inconfondibile del whisky una fragranza a base di acqua alle rose. Alzò gli occhi dal liquido e si trovò accanto una ragazza che non pensava avrebbe visto a una festa, men che meno a quella.

Il suo nome era Margaret Wilson, era un anno più piccola di lui e veniva da Boise, Idaho. La sua materia preferita era scienze, era sempre pronta a dare una mano e Victor sapeva tutte quelle cose di lei perché Matsu si era preso una cotta colossale per lei da quando l’aveva vista per la prima volta, il primo giorno di scuola. Victor, però, l’aveva sempre avvistata di sfuggita e da lontano, e di lei ricordava principalmente la perenne coda di cavallo oscillante e il nastro rosa che la teneva stretta sulla testa.

Quella sera era marrone, come il maglione che indossava, e per la prima volta Victor poté guardarla bene in volto. Aveva sopracciglia chiare e sottili, gli occhi verdi, le fossette sulle guance e lo stava chiaramente fissando con un sorrisetto tirato.

«Ne vuoi un po’?», chiese Victor, agitando la bottiglia. La ragazza osservò il liquido muoversi.

«Sei talmente gentile e diretto che mi hai fatto dimenticare quello che dovevo dire per fare colpo su di te», rispose in una risata. «Però sì, certo, accetto l’offerta».

Victor avvertì la bocca dello stomaco chiudersi.

«Beh, eccoti servita». Seguì con gli occhi il whisky lasciare la bottiglia, sentendo improvvisamente il cervello girare a mille nella testa.

«E comunque», partì, cercando di sembrare sicuro di sé, «se il tuo modo di fare colpo sugli uomini è quello, beh, sappi che è il peggiore che io abbia mai sentito».

Margaret rise di nuovo, distogliendo lo sguardo.

«Beh, allora puoi dimenticarlo e brindare con me all’arrivo del nuovo anno».

Victor non si era accorto di stare sorridendo insieme a lei. Per una frazione di secondo pensò a tutti i tentativi timidi e goffi che Matsu aveva fatto in quei mesi per attirare la sua attenzione mentre lui e Luke lo osservavano da lontano. Pensò anche che il primo bacio l’aveva dato a tredici anni a Linda Curtis e si era beccato una settimana di punizione per averlo fatto. E pensò, infine, che Margaret Wilson di Boise, Idaho, aveva degli occhi stupendi e delle belle gambe, anche se in quell’occasione erano fasciate da un paio di jeans poco aderenti.

Decise. In quell’istante, con la bottiglia di Johnny Walker nella mano, decise che sarebbe andato contro il giuramento solenne che lui, Matsu e Luke avevano fatto a dodici anni tagliandosi i palmi delle mani e stringendoli forte.

Siamo amici, siamo fratelli, siamo più importanti di qualunque cosa. Ci proteggeremo e aiuteremo a vicenda fino alla morte.

Decise che Matsu aveva tentato fin troppo, e che se Margaret Wilson gli stava davanti e flirtava con lui era perché era lui che voleva, e non il suo migliore amico. E lui voleva lei, si sorprese a pensare. Voleva quegli occhi e quel sorriso solo per sé.

«Sì, brindiamo, ma mi assumo la responsabilità di insegnarti cosa dire davvero a un uomo per farlo cadere ai tuoi piedi, così la prossima volta che vorrai fare colpo su di me saprai cosa dire», disse.

Margaret riportò gli occhi nei suoi e alzò leggermente il bicchiere.

«O magari potresti chiedermi direttamente tu di uscire, che dici?»

La risposta non si fece attendere.

Victor però si era fatto attendere, e anche tanto. Talmente tanto da spingere Luke e Matsu a cercarlo e a individuarlo da lontano mentre il suo bicchiere toccava quello di Margaret e i loro occhi si guardavano con neonata complicità.

Luke osservò la scena, confuso. Quando alzò gli occhi verso Matsu lo colse nell’atto di girarsi.

«Torniamo da Will e dagli altri», riuscì a sentire prima che l’amico si incamminasse.

Luke lo seguì, sentendo una fitta di paura – che all’epoca gli apparve immotivata – nascere al centro dello stomaco.

Nei mesi seguenti capì, però, che era solo il suo istinto che cercava di avvertirlo della nascita di una crepa insanabile che Victor stesso avrebbe chiamato, anni dopo, il tradimento.

- / 5
Grazie per aver votato!