[Victor] Tatuaggio

C’era odore di pioggia, quella notte. Victor inalò a pieni polmoni quella fragranza terrena: l’autunno aveva già apparecchiato la sua tovaglia ricamata di foglie e pozzanghere, dando quella tipica impressione di caldo gelido che non gli piaceva tanto; era illusoria ed effimera; era l’estate che lentamente moriva diventando inverno. Il cielo era coperto da una spessa coltre nuvolosa, nera come il pelo di una pantera; al di sopra doveva sicuramente stagliarsi la luna, piccola e pallida, isolata nel suo piccolo universo privato.

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[Luke] Sperare, perseverare, sanguinare

I muri esterni delle abitazioni erano morbidamente ricoperti dalle ombre della notte, che ritagliavano qua e là disegni geometrici perfetti. Nell’aria risuonavano i miagolii dei gatti e il crepitio delle foglie secche, calpestate da topi e scarafaggi: il microcosmo animale era uno dei pochi segni di vita presenti a quell’ora; il resto della città dormiva.

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[Dylan] Sogni su divani scomodi

Faceva dannatamente freddo, quella mattina. La temperatura era prossima allo zero – cosa che normalmente non avrebbe fatto battere ciglio a Dylan, che amava l’inverno e la montagna e aveva trascorso moltissime estati accampato per i boschi. Il passare degli anni, però, glielo aveva reso estremamente scomodo, soprattutto quando era l’umidità ad acuire il gelo, scavandogli le cicatrici con freddezza e causandogli fastidiose fitte che lo facevano somigliare a un anziano con i reumatismi.

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[Sofia] Città-specchio e persone-lampade

Los Angeles era una brulicante città-stato, piena di luci e riflessi. Un bellissimo diamante per molti, una fastidiosa lampada ammazza-mosche per altri. Sofia era ancora indecisa sulla propria posizione in materia. Non si recava spesso in città; il divano di Carmen era comodo e le piaceva la tranquillità della via in cui abitava, tutta chiara e scandita da piccole aiuole quadrate impiantate sul marciapiede. Seaville era un gioiellino, tanto simile al set di un film da immergerla in un’atmosfera da sogno ogni volta che percorreva la via per andare al negozio o guardava fuori dalla finestra i colori del tramonto. Los Angeles – Los Angeles era una casa degli specchi formato gigante, caotica e abbagliante tanto da far venire il mal di testa.

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[Blanche] Un contenitore vuoto

Blanche si svegliò di soprassalto, passando dalla pesantezza del proprio incubo alla calda morbidezza del proprio letto. Il mattino splendeva oltre il tessuto delle tende immacolate, annunciando quella che sarebbe stata l’ennesima mattinata grigia di gennaio. Lanciò uno sguardo alla sveglia sul comodino: erano soltanto le dieci del mattino. Tese l’orecchio, che le restituì il rumore del silenzio: era sola in casa. Sorrise, beandosi della propria piccola solitudine, stringendo a sé il pesante copriletto bianco. Amava le mattinate come quelle, candide e magnificamente vuote di ogni presenza umana, nelle quali poteva concedersi di diventare simile a un oggetto inanimato.

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[Sofia] Ephialtes

Quando la radio aveva annunciato che quella settimana sarebbe stata la più torrida dell’anno, Sophie aveva desiderato ardentemente che si sbagliasse; “il meteo sbaglia sempre” era una delle verità universali, no? Eppure, sapeva anche che proprio quella volta c’avevano azzeccato. Lei era una chiaroveggente, dopotutto.

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[Rebecca] Il falso ricordo

La pioggia aveva trasformato il terreno scuro in un pericoloso scivolo pastoso, difficilmente percorribile alle due di notte con le luci dei lampioni fioche e lontane. La strada lastricata che partiva dalla città si interrompeva in quel punto, lasciando spazio al folto bosco che si allungava verso est. Gli alberi apparivano come tanti giganti snelli e silenziosi, quella notte: non c’era un alito di vento, e il freddo pungente di gennaio si era unito all’umidità tipica delle località di mare.

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