C’era odore di pioggia, quella notte. Victor inalò a pieni polmoni quella fragranza terrena: l’autunno aveva già apparecchiato la sua tovaglia ricamata di foglie e pozzanghere, dando quella tipica impressione di caldo gelido che non gli piaceva tanto; era illusoria ed effimera; era l’estate che lentamente moriva diventando inverno. Il cielo era coperto da una spessa coltre nuvolosa, nera come il pelo di una pantera; al di sopra doveva sicuramente stagliarsi la luna, piccola e pallida, isolata nel suo piccolo universo privato.
Victor non poteva vederla, ma ne percepiva la presenza sempre più imponente nel prurito che lo solleticava maliziosamente sul lato sinistro della testa, un promemoria sinistro ma necessario del plenilunio.
Ancora pochi minuti, e sarà nel punto più alto.
Lanciò uno sguardo fuori: qualche metro più in là c’era il mare che si infrangeva contro i blocchi di cemento del molo, agitato dalle raffiche di vento; si stava preparando una bella tempesta.
È proprio la serata perfetta; nessuno sentirà niente.
Dandosi lo slancio scese dalla finestrella, atterrando silenziosamente. Il capannone che aveva scelto era avvolto dalla semioscurità: le uniche fonti di luce erano due riflettori, puntati dritti verso il centro dell’edificio. Là, posizionate simmetricamente, tre persone legate e imbavagliate. Le aveva sentite muoversi, ogni tanto, probabilmente per risvegliare le membra intorpidite dall’immobilità. Dopo le prime due ore i genitori avevano smesso di lamentarsi; il bambino ci aveva messo un po’ di più, ma alla fine anche lui si era arreso alla situazione, pur non comprendendola. Aveva solo sei anni, dopotutto.
Sono così stupidi a sei anni.
Dalla posizione in cui si trovava Victor sapeva che non avrebbero potuto vederlo: la luce rendeva un unico blocco nero tutto ciò che le stava alle spalle, inghiottendo le lunghe catene che pendevano dal soffitto, il tavolo di acciaio e la borsa di tela sul pavimento. Il suo viso si contorse in un sorriso malevolo.
Non hanno la più pallida idea di quello che sta per succedere.
Il prurito alla testa si era trasformato in bruciore: era giunto il momento. Erano trascorsi molti anni da quando si era sottoposto al rituale di trasformazione che aveva dato inizio al suo cammino, ed era finalmente giunto all’ultimo chilometro, l’intricato ricamo scuro del tatuaggio nascosto dalla fitta massa di capelli sempre più sbiadito; sempre più parte di lui, così come le capacità che gli erano entrate in corpo, luna piena dopo luna piena, fino a quel momento. Compiaciuto si avvicinò alla luce. La donna sussultò quando lo vide: aveva i capelli rossi, un po’ sbiaditi, e gli occhi scuri ridotti a due spilli. Suo marito, alla sua destra, cercò di nascondere le stesse emozioni; cercò di cancellarle, rivolgendogli uno sguardo rabbioso. Il bambino, a sinistra, aveva cominciato a piangere, i singhiozzi attutiti dal bavaglio.
Hanno paura pensò, annusando l’aria; e tanto bastò a stuzzicare la sua fantasia. Avrebbe provato qualcosa di nuovo quella sera; sarebbe stato bellissimo.
«Ora vi toglierò i bavagli, così potrete dirvi addio, ok?» chiese, divertito.
Non sono senza cuore, dopotutto.
Rise della propria falsa magnanimità tra sé e sé; la coppia gli rivolse uno sguardo terrorizzato; si erano bloccati, in stasi mentre l’ineluttabilità di quelle parole li seppelliva nella certezza della morte. Come poteva non essere altrimenti? Tutto, nella persona che avevano davanti, comunicava morte: era un abito cucito su misura, fatto appositamente per Victor, che donava a ogni suo lineamento ferocia e una perversa brama di sangue. Ma c’era anche qualcos’altro, un piccolo dettaglio che gli dava un’aria spiritica, quasi mefistofelica; solo, non avrebbero saputo dire cosa fosse. Gli occhi, forse? O il modo in cui sorrideva, simile al ghigno di un lupo affamato?
Non ebbero molto tempo per pensarci; e quando ebbe tolto loro i bavagli tutto quello che riuscirono a fare fu supplicare per la vita del loro bambino.
«Ha solo sei anni, non ti riconoscerebbe nemmeno!» gli urlò il padre. «Che te ne fai del sangue di un innocente sulle mani?»
Victor annuì, con aria pensosa.
«Non sono stati molti, quelli che me l’hanno chiesto» disse, mentre regolava le luci affinché colpissero anche le catene e il tavolo. L’occhiata famelica che rivolse all’uomo bastò a zittirlo.
«Me ne faccio molto, del sangue di un innocente» continuò, «Ma prima tocca a voi».
E mentre si avvicinava, inesorabile, pensò che non mancava molto.
Tolto questo, ne mancano solo tre. Tre!
