Il mito di Persefone – Quello che non ti hanno detto

C’era una volta una giovane donna, nata tra le fronde degli alberi, baciata dal sole e dalla vita. Passava i giorni percorrendo con leggiadria i sentieri battuti, i fiumiciattoli limpidi e non si fermava se non per dormire, al calar della sera, intorno ad un fuoco scoppiettante. Amava la sua condizione: era libera, indipendente e insensibile ai dolori della vita. Non aveva paura neanche dell’oscurità; ne ammirava le stelle, si inchinava alla Luna, Signora della Notte e si addormentava, ogni volta, cullata dai rumori del sottobosco. Gli animali, anche quelli più feroci, non le recavano alcun male, ma anzi lasciavano che le sue mani affusolate e delicate si posassero su di loro. I lupi erano suoi fratelli, le tigri sue sorelle.

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[Sofia] Città-specchio e persone-lampade

Los Angeles era una brulicante città-stato, piena di luci e riflessi. Un bellissimo diamante per molti, una fastidiosa lampada ammazza-mosche per altri. Sofia era ancora indecisa sulla propria posizione in materia. Non si recava spesso in città; il divano di Carmen era comodo e le piaceva la tranquillità della via in cui abitava, tutta chiara e scandita da piccole aiuole quadrate impiantate sul marciapiede. Seaville era un gioiellino, tanto simile al set di un film da immergerla in un’atmosfera da sogno ogni volta che percorreva la via per andare al negozio o guardava fuori dalla finestra i colori del tramonto. Los Angeles – Los Angeles era una casa degli specchi formato gigante, caotica e abbagliante tanto da far venire il mal di testa.

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[Blanche] Un contenitore vuoto

Blanche si svegliò di soprassalto, passando dalla pesantezza del proprio incubo alla calda morbidezza del proprio letto. Il mattino splendeva oltre il tessuto delle tende immacolate, annunciando quella che sarebbe stata l’ennesima mattinata grigia di gennaio. Lanciò uno sguardo alla sveglia sul comodino: erano soltanto le dieci del mattino. Tese l’orecchio, che le restituì il rumore del silenzio: era sola in casa. Sorrise, beandosi della propria piccola solitudine, stringendo a sé il pesante copriletto bianco. Amava le mattinate come quelle, candide e magnificamente vuote di ogni presenza umana, nelle quali poteva concedersi di diventare simile a un oggetto inanimato.

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[Rebecca] Give my love to…

Era leggera, finalmente. Si concesse un sorriso soddisfatto, osservando da vicino l’orlo del bicchiere – una coppa che sembrava essere molto delicata – ormai vuoto. Era al terzo drink, sempre lo stesso perché le piaceva particolarmente, e finalmente riusciva a sentirsi la testa vuota, vuota come la felicità effimera che l’alcol nello stomaco le provocava ogni volta; sapeva che si sarebbe tramutata in mal di testa e mal di pancia al risveglio, ma l’avrebbe sopportato in silenzio e con calma.

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[Dylan] Significhi tutto per me

Dylan odiava le attese; i tempi morti gli dilatavano la prospettiva, imprigionandolo in una gabbia mentale tappezzata di pensieri malevoli e ricordi cancellati col pennarello indelebile. Il movimento e l’azione erano le uniche chiavi che conosceva per uscire dalla sua prigione e in quel momento erano entrambi assenti, costringendolo a stare seduto sulla scomoda sedia di plastica arancione – gemella di altre due alla sua destra. Si trovava fuori all’infermeria del Dipartimento – in un corridoio stretto e con le pareti cariche di umidità. Luke era entrato quasi un quarto d’ora prima, e da allora Maggie – sua madre – non aveva smesso di fare su e giù tra la tromba delle scale e il vicolo cieco dall’altra parte, le braccia conserte e le labbra serrate. Anche lei era schiava dell’immobilità, quella di un medico che non poteva curare una persona bisognosa d’aiuto; la verità, però, era che anche se Maggie fosse entrata non avrebbe potuto fare molto: quando si trattava di Oscurità tutto quello che si poteva fare era pregare e sperare che tutto andasse bene; o almeno, era quello che aveva detto la strega del Dipartimento, Emi.

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