Dylan - Sogni su divani scomodi

[Dylan] Sogni su divani scomodi

Faceva dannatamente freddo, quella mattina. La temperatura era prossima allo zero – cosa che normalmente non avrebbe fatto battere ciglio a Dylan, che amava l’inverno e la montagna e aveva trascorso moltissime estati accampato per i boschi. Il passare degli anni, però, glielo aveva reso estremamente scomodo, soprattutto quando era l’umidità ad acuire il gelo, scavandogli le cicatrici con freddezza e causandogli fastidiose fitte che lo facevano somigliare a un anziano con i reumatismi.

In mattine come quella il freddo si faceva serpente e si insinuava sotto i vestiti, strisciando lentamente lungo il suo corpo e mordendogli la schiena, le costole e il petto; i luoghi dolorosi del suo passato sembravano in quel modo rivivere, ricordandogli in attimi fugaci occasioni più lunghe, più spaventose e più sanguinolente. Quando si era accorto di avere quel problema aveva cercato di arginarlo, riducendo le scampagnate boschive in quei periodi e cercando di coprirsi ancora più di quanto già non facesse; ma il dolore era progressivamente aumentato. Normalmente se lo sarebbe tenuto, sfogandolo interamente nel lavoro (un atteggiamento non proprio sano, lo sapeva). Ma quella mattina – che mattina proprio non era, essendo appena scoccate le quattro – non poteva distrarsi con appostamenti o boriosi rapporti da scrivere. Da quando suo padre, Victor Waterfall, era ritornato nelle vesti di sadico omicida e aspirante demone il suo capo lo aveva messo in ferie forzate, completamente a disposizione del Dipartimento di Investigazione sulle Attività Insolite come soggetto fragile e persona informata dei fatti. Senza avere niente da fare e incastrato nel ruolo di figlio del carnefice – con dita invisibili puntate contro lui e suo fratello Nick – si accontentava di seguire in giro per la città protetto dalle ali di Jimmy, l’angelo che era stato chiamato in causa per proteggere lui e la sua grande famiglia allargata. Ma il giro era finito un’ora prima, così si era fermato a casa di Rebecca – dove ormai vivevano insieme come sfollati – e si era fatto dare degli antidolorifici da Luke, che conoscendolo non gli aveva chiesto per cosa gli servissero, limitandosi a osservare che quei giorni erano stati carichi di tensione e prestandogli una delle sue felpe – la più calda che aveva, gli disse. L’uomo l’aveva poi salutato e si era chiuso nella sua stanza, lasciandogli il divano libero. Lanciò uno sguardo alla camera di Rebecca, che aveva la porta aperta perché lei era ancora fuori, a caccia di Victor, e avvertì una profonda pesantezza. Il pensiero che la sua migliore amica potesse finire in mano all’uomo che l’aveva deturpato e maltrattato per anni lo rodeva dentro ininterrottamente da due settimane. Sconfortato, prese un bel respiro e decise di seguire il consiglio di Luke. Il divano lo accolse con reticenza e la sua schiena non fu affatto contenta di doversi poggiare così profondamente sullo schienale, ma lui la zittì accomodandosi meglio che poté e calandosi il cappuccio sulla testa. In quella posizione, a braccia conserte, lasciò che la medicina si insinuasse nei suoi tessuti e si mescolasse alla stanchezza, che lo prese per mano e lo allontanò da sé stesso.

Il viaggio che compì, perdendosi nei meandri di una nebbia inconsistente e incolore, lo condusse a un giaciglio più comodo, più caldo e più profumato, che lo avvolse amorevolmente in quelle che lui riconobbe al tatto come lenzuola di flanella. Sorpreso dalla loro familiare e confortevole ruvidezza, Dylan vi si accoccolò per bene, riconoscendo, mentre tirava a sé le coperte, di essere sdraiato in un letto, molto più ampio del suo. Ebbro di calore e di piacere iniziò a muoversi, simile a un gatto che rotola sul pavimento facendo le fusa: allungò gambe e braccia più che poté, e fu in quel modo che si accorse di non essere solo. La gamba sinistra, infatti, ne aveva toccata un’altra, che si era ritratta lentamente, generando uno spostamento di coperte accanto a lui, mentre il braccio sinistro aveva sfiorato quelli che avevano tutta l’aria di essere capelli. Curioso, si voltò da quella parte, rendendosi conto che fino a quel momento non aveva aperto gli occhi. Ad accoglierlo trovò la burrosa luce del giorno, attenuata da quelle che sembravano essere delle tende. Era, sì, in un letto; e intorno a lui sapeva esserci una camera da letto, e seppure non ci fosse mai stato tutto quello che riuscì a vedere gli apparve in qualche modo familiare: il termosifone, il lampadario, il battiscopa, la porta, aperta e tenuta ferma da un cordino (e questo lo sapeva senza nemmeno vederlo!). Il suo sguardo si spostò poi su quello che gli aveva fatto aprire gli occhi; allungò una mano in quella direzione e incontrò il calore di un altro corpo umano, che si mosse senza però respingerlo. Esterrefatto, Dylan premette la mano su quella nuova fonte di calore, che si voltò, come attivata dal suo palmo, e scostò il lembo del piumone. Dalle coperte fece capolino il viso di Rebecca, gli occhi socchiusi e uno sguardo indagatore proiettato verso di lui.

«’Giorno», gli sussurrò, aggiustandosi in modo da poterlo guardare senza rinunciare alle coperte.

Dylan avrebbe voluto risponderle, ma era talmente sconvolto dalla sua presenza, dal suo tepore, dalla sua naturalezza in quel contesto, che non gli uscì una sillaba dalla bocca. Rimase a contemplarla con la bocca semi-aperta, incerto su cosa dire e notando piccoli cambiamenti nel suo comportamento: la scioltezza, la sicurezza con cui sembrava stargli così vicino in quella situazione così intima non erano da Rebecca, sempre così ansiosa e paranoica quando si trattava di uomini – anche quando si trattava di lui e di Nick. Era decisamente diversa; e c’era qualcosa, nel modo in cui stavano nello stesso letto, di nuovo ed estremamente familiare che non riusciva a mettere bene a fuoco. Mentre si arrovellava sulla situazione la vide sorridergli.

«Che hai?», gli chiese, e nel farlo allungò una mano ad accarezzargli il viso; era così calda che Dylan non poté impedirsi di socchiudere per un istante gli occhi, percependo il calore di quella mano sulla propria guancia come una benedizione. Soltanto nei propri pensieri si era concesso di immaginare cose simili: le loro mani intrecciate, l’incavo del suo collo, il suo seno, che si concedeva di adocchiare soltanto l’estate quando andavano al mare insieme. Tutta l’intricata matassa di attimi al limite tra il sacro e il profano sembravano essersi appollaiati in quella mano e nel pollice, che dipingeva piccoli cerchi leggeri tra l’occhio e il naso. Ancora una volta, non rispose; perso tra la sorpresa e il desiderio, si concesse di imitarla, allungando a sua volta una mano, e poggiandola sulla sua guancia. Rebecca la accolse voltandosi quel tanto che bastava per baciargli il palmo e vi strofinò leggermente il viso, simile a un gatto che fa le fusa. Fu quel gesto a dargli il permesso di fare quello che normalmente non avrebbe mai osato: le si avvicinò quel tanto che bastava per far sì che le loro labbra si toccassero. E fu come quella sera, quando lei stava scivolando e lui l’aveva sorretta senza pensarci. E lei – a sua volta senza pensare – l’aveva baciato, mandandolo in tilt e facendogli aprire gli occhi di fronte a una verità che tenevano entrambi ben nascosta; che c’erano dei sentimenti, sospesi tra loro, molto più incisivi di un semplice legame platonico. Si diede il permesso di percorrere il suo braccio con la mano e di raggiungerle la vita, che strinse forte a sé, mentre il loro bacio diventava sempre più scomposto, e le gambe di Rebecca si allungavano per cingerlo, attirandolo verso di lei. Una simile intimità loro non l’avevano mai avuta, né tantomeno Dylan l’aveva raggiunta con il lungo elenco di nomi e facce che aveva dovuto ricordare solo per un paio di notti alla volta. No, era decisamente diverso. Il ragazzo infilò la mano sotto la sua maglia del pigiama e la allungò dietro la schiena; la sentì ridere contro la sua bocca. Il loro bacio si interruppe per un istante, il che gli diede modo di poterla osservare ancora; i suoi occhi scuri rilucevano come sfere di cristallo, ricolmi di felicità.

«Abbiamo un po’ di tempo, credo» gli mormorò, passandogli una mano tra i capelli. «Potremmo decisamente approfittarne, non credi?».

Dylan avrebbe voluto chiederle perché il tempo fosse una cosa così importante, in quella specie di paradiso terrestre in cui si era svegliato. Cosa importava delle ore che trascorrevano? Bastava che loro due restassero lì mentre il sole faceva il suo giro e il mondo fuori continuava senza di loro; a lui non sarebbe importato granché. Un movimento improvviso interruppe il filo dei suoi pensieri proprio quando stavano per approdare a una conclusione. Strattonato fuori dalla sua testa, un altro movimento scosse il materasso, e un altro subito dopo. Sembrava che qualcosa stesse saltellando verso di lui; una gigantesca rana scomposta. Guardò Rebecca, che aveva nel frattempo chiuso gli occhi e sembrava trattenere una risatina. Un ultimo movimento e il piccolo fagotto si fermò, vicinissimo alle loro teste ma coperto dal volume del piumone. Dylan puntò gli occhi in quella direzione, dove l’orlo della trapunta ostruiva lo sguardo, e con un gesto secco la abbassò deciso a scoprire cosa vi si celasse dietro. Con sua grande sorpresa, non vide niente, seppure la sagoma fosse ancora presente – si era infilata nello spazio vuoto tra lui e Rebecca, e la sentiva respirare. Interdetto, si sollevò su un gomito per poterla vedere, ma mentre il suo gomito affondava nel materasso sentì che qualcosa stava per cambiare, che quel momento stava per finire. Con un ultimo sforzo si diede un piccolo slancio per poter afferrare anche solo un lampo dell’intruso, ma non poté metterlo bene a fuoco perché si svegliò: un fascio di luce gli stava sbattendo insistentemente sulle palpebre e l’aveva infastidito a tal punto da strapparlo a quello che – Dylan lo realizzò con amarezza – era stato soltanto un sogno. Quello che gli rimaneva di quell’idillio immaginario era il profumo di Rebecca – ancora così tremendamente reale – e un batuffolo di capelli castani con un pigiamino giallo. Avvertì una punta di terrore a quel pensiero: un bambino. Nel suo sogno si era insinuato un bambino.

«Roba da non crederci», mormorò, cercando di scacciarlo dalla sua testa. Si passò una mano sul viso per svegliarsi meglio, e fu in quel modo che si rese conto di due cose: in primis, i dolori non gli erano affatto passati, e avrebbe dovuto chiedere un’altra pillola a Luke; in secondo luogo, il suo braccio destro era stranamente pesante, come trattenuto da qualcosa. Lanciò un’occhiata oltre la propria spalla, capendo perché avesse ancora così vivido nel naso il profumo di Rebecca: la ragazza era al suo fianco, addormentata e persa in un sogno, proprio come lo era stato lui fino a un minuto prima, appoggiata al suo braccio. Un’altra cosa che notò e che lo imbarazzò non poco fu la coperta – giallina con i bordi verdi – che li ricopriva entrambi. Si guardò intorno e tese le orecchie: la casa era silenziosa e il tempo era scandito dal ronfo molto tenue di Luke, che sicuramente si era chiuso nella sua stanza per riposare. Da solo e immerso nella quiete i suoi pensieri si rincorrevano per il cervello, rivivendo quasi ossessivamente quel sogno estremamente vivido. In particolare ripensava a Rebecca e al modo in cui lo aveva guardato mentre gli accarezzava la guancia, come se al mondo non esistesse altri che lui; come se fosse speciale. Anzi, peggio: come se fosse degno di essere amato profondamente e senza alcun vincolo. Il pensiero lo spaventò, e lo mandò indietro a quella sera, al preludio della fine della loro amicizia; a quel bacio, così timido eppure così disperato, che gli aveva tolto la terra da sotto i piedi. Era dunque così? Rebecca lo amava davvero, e fino a quel punto? Aveva davvero tutto quel potere su di lei? Le lanciò un’altra occhiata, cauto, come se avesse paura di accecarsi. Non poteva essere davvero così: non doveva. Rebecca non poteva amarlo; poteva avere di meglio. Un cacciatore di vampiri pieno di cicatrici sia dentro che fuori non era il massimo a cui poteva aspirare. Avrebbe dovuto farglielo capire, farla ragionare sulla realtà dei fatti.

La realtà dei fatti. Sì, ma qual era? Dylan chiuse gli occhi e cercò di non pensare alla risposta, ma era tardi. La realtà dei fatti era di una semplicità disarmante: lei lo amava e glielo aveva dimostrato. E lui – che si ostinava a girarle a largo come se fosse stata una sorta di sacra reliquia – lui quell’amore lo voleva. Voleva meritarlo, voleva sentirlo su di sé come la pioggia dorata di quel quadro con la donna sognante. E voleva – anche se si proibiva di pensarlo – contraccambiarlo. Lo vedeva, lo sapeva: quella ragazza così silenziosa e bizzarra che era la sua migliore amica si meritava il mondo, e lui non poteva competere con un simile merito; era solo un ragazzo con le mani sporche di sangue, troppo insozzato per poterle dare lustro, eppure desiderava farlo con ogni fibra del suo corpo. E da quando lei l’aveva baciato quel desiderio si era fatto sempre più insistente, e ora era arrivato addirittura a sognarlo. Cercò di tenere a bada il nervosismo che gli si stava insinuando dentro prendendo dei respiri profondi, ma non bastò. Il cuore gli batteva forse troppo forte per quella mattina silenziosa, e per un attimo Dylan temette che avrebbe svegliato tutti. Ma Rebecca restava accoccolata alla sua destra, totalmente inconsapevole. In silenzio, cercando di non svegliarla, la spostò quel tanto che bastava affinché il braccio le scivolasse dietro la testa e lei finisse poggiata sul suo petto, dove si raggomitolò, assorbendo tutto il calore che poteva. Istintivamente Dylan la strinse a sé e le accarezzò il braccio. Poi, a tradimento, il pensiero del bambino gli riapparve. Non l’aveva visto bene in faccia, ma sapeva che sorrideva, e che aveva i suoi capelli. Si chiese se i suoi occhi erano belli e magnetici come quelli di Rebecca – maledicendosi per concedersi delle fantasie così fuori luogo. Perché quanti bambini aveva già ucciso suo padre, strappando loro il cuore dal petto? E quanti altri avrebbe trovato, prima di essere fermato? E lui si sentiva autorizzato a immaginarne uno suo, che probabilmente non sarebbe mai esistito. Ma neanche quel pensiero gli piaceva particolarmente. Perché non poteva esistere, un figlio suo? E perché non poteva avere gli occhi di Rebecca? Perché la scia di sangue doveva continuare? Perché non poteva avere un futuro finalmente libero dalle ombre?

Sospirò. Non poteva rispondere a tutte quelle domande; non poteva farlo comunque, da solo.

«Tu mi aiuteresti, B?», chiese piano, spostandole i capelli dal volto. Lei non si svegliò, né disse nulla; mosse leggermente la testa e allungò un braccio a cingergli la vita, continuando a dormire.

E Dylan, soddisfatto della risposta, riappoggiò la testa e chiuse gli occhi.

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