[Luke] Hävitä

L’ho persa.

Luke si massaggiò gli occhi con i pollici, desiderando per un secondo di spingerli fin dentro il cranio per poi sparire con loro nel buio. Ogni mattina riapriva gli occhi, sentiva i chiodi nel cervello e la bocca impastata. Ogni mattina si chiedeva perché si fosse ridotto in quel modo, e se la bottiglia era completamente vuota e nascosta, oppure se l’aveva dimenticata di nuovo in giro per casa. E sempre ogni mattina, rigirandosi verso destra nel letto, vedeva chiaramente il suo perché; era lì, concreto, quasi addossato alla parete, perfettamente immobile e talmente avvolto nelle lenzuola da confondercisi. Aveva anche un nome e un cognome, e un volto che ogni volta che lo vedeva Luke avrebbe voluto accarezzarlo e baciarlo, anche se poi non lo faceva.

Era Sophie, sua moglie, che aveva smesso di vivere da circa un anno, quando una delle loro due stelle si era spenta per sempre. Era successo un pomeriggio di fine estate: le bambine erano in cortile a giocare quando erano state aggredite da un infetto. Rebecca era sopravvissuta a fatica, risvegliandosi un mese dopo; Amy, invece, era morta sdraiata sull’erba, prima ancora che Sophie si rendesse conto di quello che era successo. E quando lui era tornato a casa – dopo due giorni di trasferta – ad accoglierlo aveva trovato pozze di sangue sul prato e una voragine che da allora non aveva fatto altro che allargarsi nella loro famiglia.

Sconvolto dal lutto aveva dovuto gestire fin troppo: la Commissione disciplinare, il funerale di Amy, le condizioni di salute di Rebecca, e infine Sophie, che non era riuscita a reggere il peso di quel nuovo dolore.

«Lo sapevo che eravamo maledetti, che non avremmo mai dovuto assecondare i nostri sentimenti», gli mormorò una sera. Era stata una delle ultime cose che le aveva sentito pronunciare. Dopodiché era lentamente sprofondata, rifiutando il suo braccio teso e lasciandosi andare al suo cantuccio comodo di vuoto e antidepressivi.

Poi Rebecca si era svegliata, miracolosamente salvata da un antidoto che normalmente l’avrebbe uccisa, e aveva dovuto affrontare una realtà troppo complicata per una bambina di nove anni il cui unico appiglio – la sorella gemella – era svanita per sempre. Luke sospettava che la figlia avesse compreso fin troppo bene la situazione intorno a loro; a lui non importava più di nascondere il suo vero lavoro, né cosa le avesse attaccate, o quello che intendevano i suoi colleghi quando andavano a portargli gli incartamenti per il provvedimento disciplinare. Aveva catapultato la bambina nel suo mondo, e lei aveva reagito chiudendo fuori tutto e tutti e concentrandosi sul non far crollare ciò che restava di loro in pezzi. Cucinava – con scarsi risultati – puliva, controllava le medicine della madre. E Luke era sicuro che sapesse anche di lui e delle bottiglie di whisky che finivano puntualmente nel bidone sul marciapiede, ma non osava indagare. Rebecca aveva gli stessi occhi di Sophie: non avrebbe sopportato quello sguardo carico di rimprovero addosso, se a farglielo fosse stata lei.

In quelle condizioni si erano accumulate le settimane, le convocazioni, i dispiaceri e le spese, da cui era uscito disoccupato, dolorante – per via di una violenta lite – e terribilmente solo. E in quel modo l’alcol, che prima si illudeva di poter controllare, era diventato l’unica vera compagnia delle sue serate. E poi delle sue giornate, dando inizio a un vortice che lo trascinava periodicamente a fondo distraendolo a tal punto che poi non ricordava bene tutto quello che faceva, o che diceva.

Così ogni mattina si svegliava e si passava in rassegna, per capire se fosse ancora sé stesso, se Sophie fosse ancora malata, o se fosse tutto un brutto sogno. A volte, quando era ancora ubriaco, riusciva a sentire le bambine ridere nella loro stanza. E allora vi si affacciava, tutto pesante e intorpidito, e scopriva di essere stato preso in giro dal tempo perché il letto di Amy era vuoto, e Rebecca dormiva, o si pettinava allo specchio. Quando la sorprendeva sveglia si ritraeva nell’ombra del corridoio e correva a sciacquarsi il viso, atterrito. Era un circolo vizioso: voleva preservare quel poco che era rimasto della sua innocenza, anche se di innocente nella loro casa non era rimasto più niente.

E quella mattina, mentre la testa gli doleva e il reflusso gastrico gli solleticava sadicamente la gola fu colpito dall’inevitabilità della propria vita, ridotta ai brandelli di una gomma esplosa. Allungò il braccio ad accarezzare la testa di Sophie, che rimase immobile al suo tocco. Dal piano di sotto sentì una sedia spostarsi e seppe che Rebecca era sveglia. Avrebbe dovuto pensarci lui, alla colazione. Avrebbe dovuto essere in grado di fare tutto.

«… invece non so fare niente», disse. Aveva ancora la mano poggiata sulla testa di Sophie.

Sospirò. La luce si faceva sempre più forte, e sapeva che se non si fosse sbrigato non avrebbe fatto in tempo a salutare Rebecca.

«Torno subito, amore», continuò, alzandosi dal letto. Per un attimo gli girò tutto intorno, in un serpente di vestiti malconci distribuiti disordinatamente sul pavimento.

Trovò Rebecca che lavava la tazza della colazione, già pronta per uscire.

«Buongiorno», le disse, guardandosi intorno alla ricerca della bottiglia.

«Ciao papà», rispose. Teneva la schiena dritta e non sembrava sorridere, dal tono che aveva usato.

«Lo sai che potevi chiamarmi per la colazione, no? Non devi fare tutto da sola».

Rebecca non gli rispose. Posò la tazza bagnata nello scolapiatti e si asciugò le mani sui pantaloni. Quando si voltò non lo guardava.

«Non pensavo che ti saresti alzato in tempo, tutto qua. Comunque ora io vado, ci vediamo dopo».

Lo oltrepassò frettolosamente, afferrò lo zaino e andò verso la porta.

«Aspetta Becky, cosa dici?»

La bambina gli rivolse uno sguardo triste.

«Che la bottiglia di vetro era vuota e l’ho buttata, ciao.»

Si chiuse la porta alle spalle. Luke rimase impietrito tra il lavandino e il tavolo, a fissare quel punto. Quella frase significava solo una cosa.

Ho perso anche lei.


Questo racconto è la riscrittura di questo racconto, pubblicato in occasione del Writober 2021.

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