Dylan odiava le attese; i tempi morti gli dilatavano la prospettiva, imprigionandolo in una gabbia mentale tappezzata di pensieri malevoli e ricordi cancellati col pennarello indelebile. Il movimento e l’azione erano le uniche chiavi che conosceva per uscire dalla sua prigione e in quel momento erano entrambi assenti, costringendolo a stare seduto sulla scomoda sedia di plastica arancione – gemella di altre due alla sua destra. Si trovava fuori all’infermeria del Dipartimento – in un corridoio stretto e con le pareti cariche di umidità. Luke era entrato quasi un quarto d’ora prima, e da allora Maggie – sua madre – non aveva smesso di fare su e giù tra la tromba delle scale e il vicolo cieco dall’altra parte, le braccia conserte e le labbra serrate. Anche lei era schiava dell’immobilità, quella di un medico che non poteva curare una persona bisognosa d’aiuto; la verità, però, era che anche se Maggie fosse entrata non avrebbe potuto fare molto: quando si trattava di Oscurità tutto quello che si poteva fare era pregare e sperare che tutto andasse bene; o almeno, era quello che aveva detto la strega del Dipartimento, Emi.
Era surreale, in effetti: i cacciatori di vampiri usavano l’oscurità come una seconda pelle; vi si fondevano, la modellavano come creta e vi si immergevano come in uno specchio d’acqua buio. L’oscurità era come una seconda casa, come un rifugio; era quello che Dylan aveva sempre pensato; era quello che gli avevano insegnato. E pensava, inconsciamente, che il buio fosse per gli esorcisti esattamente la stessa cosa; che fosse un po’ il punto di contatto tra i loro mondi idiosincratici e perennemente in conflitto.
Quella notte, però, aveva avuto la dimostrazione di quanto la sua visione fosse ristretta al riguardo: gli esorcisti riconoscevano il potere benevolo dell’oscurità allo stesso modo in cui domavano faticosamente le sue lingue malevole, respingendole dalle proprie anime e evitando che vi si appiccicasse come melma attanagliante.
Ripensava, confuso, a quello che aveva visto protetto dalle ali di Jimmy: l’ennesima imboscata tesa dai sottoposti di Victor. Cosa volessero ottenere, lo ignorava. Quello che sapeva, quello che era apparso fin da subito evidente, era che il bersaglio doveva essere proprio lui. Era bastato che Jimmy socchiudesse le ali soltanto un po’, lasciandolo esposto agli sguardi dei loro assalitori, per iniziare a sentirsi male. Aveva notato qualcosa di scuro trapassarlo, simile a un dardo. Poi, un dolore lancinante l’aveva pervaso, simile ad un infarto. Aveva lanciato un urlo e si era accasciato, la vista improvvisamente annebbiata e la sensazione che qualcosa gli strisciasse dentro spostandogli gli organi. Aveva sentito delle voci concitate e il profumo di sua madre sopra la testa e poi, dopo qualche minuto, inevitabilmente dilatato nella sua coscienza, era tutto finito e si era messo a sedere: aveva tutti intorno e i due sgherri erano spariti. E del Dipartimento era rimasto soltanto Ivan, come al solito, però Luke era sparito. E in un attimo, desolante e lapidario, aveva capito che doveva essere successo qualcosa a Rebecca. Che molto probabilmente la cosa che lo aveva attaccato e pervaso aveva fatto la stessa cosa a lei.
Rabbrividì, aggiustandosi nuovamente sulla sedia e sforzandosi di non pensare al fatto che oltre la porta sulla parete – dalla quale proveniva un vociare sommesso – c’era la sua migliore amica, in stato sconosciuto ma probabilmente sofferente. Non riusciva neanche a concepirlo, e aveva fatto il possibile per restare obbiettivo e pensare con professionalità che un sacco delle persone che stavano dando la caccia a suo padre erano sue amiche, ma erano in quel momento soltanto esorcisti che facevano il proprio lavoro e dunque in quel modo dovevano essere trattate: come professionisti del loro settore.
La sua coscienza, però, era di diverso avviso. E, mentre si ostinava a mantenere una respirazione adeguata, mentre si costringeva a restare calmo, la sua inquilina mentale non faceva altro che sbraitare agitandogli le sinapsi e preoccupandosi per Becca. Perché come avrebbe fatto lui a guardarla in faccia, sapendo che forse era colpa sua se stava male? E come avrebbe fatto a sopravvivere se lei fosse morta?
Dylan riconosceva che probabilmente quell’ultimo pensiero era un po’ esagerato (si augurava che lo fosse), ma non riusciva a proprio a zittire quella maledetta vocina stridula.
Ad un certo punto le voci, attutite fino a quel momento, sparpagliate per l’infermeria, si avvicinarono alla porta. Quando questa finalmente si aprì Dylan non poté fare a meno di saltare in piedi come sospinto da una molla, mentre sua madre si piazzava giusto davanti alla soglia. Luke e Jessica uscirono insieme ad Emi; la ragazza sorrideva.
«Percepisco una forte preoccupazione. Beh, è normale», disse. Aveva la voce cristallina e venata di buonumore.
«Comunque non vi dovete preoccupare, perché Rebecca sta bene. L’abbiamo soltanto lasciata a riposare, le farà bene. Tra una mezz’oretta Luke la porterà a casa». Pronunciò il nome dell’uomo con naturalezza, come se lo conoscesse da una vita.
«Possiamo vederla? Solo un minuto», chiese Maggie. Da quando Matsu era finito fuori dai giochi era perennemente seduta su un trono di spilli, sempre nervosa, sempre ansiosa. Emi sembrò percepirlo.
«Certo, potete vederla. Non so se è ancora sveglia, è probabile che stia dormendo, quindi fate piano». Detto questo, la ragazza li salutò con un mezzo inchino e si avviò verso la tromba delle scale.
«Io vi aspetto qui», disse Luke, accomodandosi nel posto che Dylan aveva appena lasciato vuoto.
L’infermeria era una stanzetta piuttosto angusta, stipata di oggetti e di scatoloni, il che la rendeva più simile ad uno sgabuzzino. C’era però lo spazio per due lettini di pelle scura, usurati dal tempo. E su uno di questi era sdraiata Rebecca. Era estremamente pallida e respirava a labbra schiuse, le braccia inerti lungo i fianchi e gli occhi semichiusi. Il pallore – così inusuale per lei – ne metteva in risalto le occhiaie, ancora più marcate in quella situazione e con la luce bianca dei led che ronzava sopra le loro teste. Maggie le lanciò un’occhiata apprensiva, dopodiché si mise ad investigare e a spostare oggetti, alla ricerca di una coperta con cui tenerla al caldo.
Dylan preferì avvicinarsi a lei e senza pensarci le afferrò una mano, stringendola tra le sue. Quel contatto sembrò animarla: la ragazza fece un profondo sospiro e aprì gli occhi.
«D», mormorò, cercando di sorridergli. Il ragazzo annuì. Aveva così tante domande, ma sapeva di non potergliele fare, non tutte e non in quel momento.
«Come ti senti?», continuò, cercando di voltarsi un po’ di più verso di lui. Dylan corrugò le sopracciglia.
«Pensa a come stai tu, Becca. Io sto bene», rispose. La ragazza annuì.
«Bene, ha funzionato», soffiò, richiudendo gli occhi.
«Cosa ha funzionato?»
«L’Oscurità… Ti era entrata dentro. Se non avessimo agito in fretta saresti morto. Così l’ho presa io».
Fece una pausa, e il respiro sembrò diventarle più pesante. Dylan l’aveva ascoltata in silenzio, e nel silenzio Maggie apriva e chiudeva stipetti, meravigliandosi di come un posto del genere potesse avere boccette ricolme di lacrime di sirena e non una singola coperta, nemmeno una logora.
Lo stupore di quella rivelazione lasciò spazio a uno strano miscuglio di sdegno e di paura.
«Perché l’hai fatto? Potevi morire! Jimmy non fa altro che dire che è Kostakov quello resistente…»
Rebecca gli strinse la mano, interrompendolo con un mugugno.
«È vero, ma non avrebbe funzionato. Kostakov non era abbastanza motivato, D. L’Oscurità queste cose le percepisce, e agisce di conseguenza».
«Che intendi?»
Rebecca lo fissò. Stava riflettendo su quella domanda, alternando la sua attenzione tra lui – corrucciato, incredulo – e Maggie alle sue spalle che forse aveva trovato quello che cercava.
«Il fatto, D» si sforzò di restare calma mentre lo diceva, ma non avere il controllore in quell’occasione rendeva tutto più difficile.
«Il fatto è che… Tu significhi davvero molto per me»; e nel dirlo cercò di sembrare sicura di sé, fallendo miseramente e trovandosi a fissare, in cerca di sollievo, l’espressione disgustata di Maggie che, dopo aver trovato la tanto agognata coperta, cercava di renderla più pulita scuotendola vigorosamente. Cercò anche di non far trapelare, dalle sue parole stentate e deboli, quanto quel molto sottintendesse in realtà un tutto sincero, completo ma anche indefinitamente complicato.
Infine, cercò di ignorare il calore che improvvisamente le era salito al volto passando dal collo e facendo il giro delle orecchie; un calore che non pensava si sarebbe manifestato in quell’occasione, e che la faceva sentire come una ragazzina di fronte alla sua prima cotta.
Il pensiero che Dylan avrebbe potuto percepire come tali i suoi sentimenti la infastidiva profondamente, e quel fastidio le scavò una leggera depressione tra le sopracciglia, evidenziando ancor di più il suo pallore malaticcio e confermandole il salto nel buio che aveva appena fatto.
Non si poteva tornare più indietro. E il modo in cui lui la guardava in quel momento non la aiutava affatto: il ragazzo aveva strabuzzato gli occhi in un primo momento, per poi addolcire i lineamenti in un’espressione nuova, che mai gli aveva visto indossare prima; era come se la sua faccia si fosse trasformata in burro, le labbra leggermente socchiuse e modellate in un sorrisetto di quelli che troppo raramente si concedeva, in special modo con lei.
Rebecca si era inevitabilmente persa in quel volto, come se si fosse tuffata in quella morbidezza e vi si fosse fusa, calda e comoda.
«Bene, ecco qui Becky, così puoi riposarti per bene», si intromise Maggie, sfoderando il suo sorriso da medico. Dylan le fece spazio, aiutandola a stendere il tessuto per bene. Indugiò qualche istante quando la sua mano le toccò la spalla, il suo volto immutato, la crescente sensazione che, se fossero stati soli, quella mano le avrebbe accarezzato l’incavo del collo e le loro labbra si sarebbero toccate, e lei si sarebbe definitivamente abbandonata a quel calore che sembrava chiamarla da molto lontano.
«Ora andiamo, ma ci vedremo appena possibile», mormorò Dylan; e, nel dirlo, sembrava prometterle una visita nascosta, di quelle che riceveva prima di tutto quel casino, quando lui si annoiava e si arrampicava su, fino al suo balcone, e bussava al vetro della finestra per farsi aprire, e passavano un po’ di tempo a parlare e a ridere, immersi nel silenzio delle prime luci e nella brezza che queste portavano sempre con loro.
Rebecca non avrebbe saputo come esprimere quella matassa di sensazioni in parole di senso compiuto; né era in grado, in quel momento, di dissimulare l’interesse che nutriva nei confronti di quel particolare sguardo, di quel particolare tocco, di quelle particolari parole; si limitò ad annuire. Li guardò andare via per poi concedersi un lungo sospiro e lasciando che il proprio cuore si rilassasse e la accompagnasse nel mondo dei sogni.
Nel mentre, nella tromba delle scale, Dylan sentiva le labbra prudergli e le mani fremergli al pensiero di quanto fosse stato vicino a fare ciò che avrebbe voluto fare da mesi. Rebecca non se ne era resa minimamente conto, ma tanto meglio; quelle parole erano più di quanto avrebbe potuto sperare; quelle parole, che tanto temeva e attendeva, avevano messo a tacere la parte di sé più irrequieta, più malinconica e amara; la parte che affiggeva periodicamente ad una bacheca invisibile una lunga lista di tutti i motivi per cui sarebbe stato un pessimo compagno per chiunque; di come le sue mani avrebbero finito per distruggere tutto ciò che avesse toccato.
Decise di metterla a tacere, occupando ogni sua fibra con quella singola frase, e con il rosso delicato che si era presentato come un fugace ospite sulle guance della ragazza. Tutto quello che poteva fare a quel punto era vivere prospettando il loro prossimo incontro e concedendosi di sentirsi un adolescente, almeno per qualche ora.
