Blanche si svegliò di soprassalto, passando dalla pesantezza del proprio incubo alla calda morbidezza del proprio letto. Il mattino splendeva oltre il tessuto delle tende immacolate, annunciando quella che sarebbe stata l’ennesima mattinata grigia di gennaio. Lanciò uno sguardo alla sveglia sul comodino: erano soltanto le dieci del mattino. Tese l’orecchio, che le restituì il rumore del silenzio: era sola in casa. Sorrise, beandosi della propria piccola solitudine, stringendo a sé il pesante copriletto bianco. Amava le mattinate come quelle, candide e magnificamente vuote di ogni presenza umana, nelle quali poteva concedersi di diventare simile a un oggetto inanimato.
Era un gioco che faceva da quando era bambina, per combattere la noia: fingeva di assorbire le proprietà degli oggetti che la circondavano, scegliendo quello che le stava più simpatico a seconda della circostanza. Orologi, automobili, cucchiai, manichini: nel corso degli anni era stata qualunque cosa. Aveva ceduto volentieri pezzetti di sé in cambio della possibilità di poter far viaggiare la propria mente, adattandola a contesti nuovi e completamente impossibili. Era così, giocando, che aveva scoperto il proprio dono. Poteva entrare nelle cose, sentirne la consistenza, diventare plastica, o marmo, o carta. Poteva addirittura riuscire a muovere l’oggetto, se questo non era troppo pesante o rigido. Poteva estendersi e diventare parte del muro, per poter origliare le conversazioni altrui. Poteva fare questo e molto altro, il tutto con il sapiente uso della propria mente.
I suoi genitori non conoscevano il suo piccolo segreto, e lei non aveva avuto modo di dirglielo. Quando si era decisa, era stato troppo tardi: li aveva persi entrambi, affondati a largo dell’Oceano Indiano durante una crociera. Come lei si fosse salvata, era un mistero. Se l’era ripetuto per molti anni, dopo quella tragedia, insieme ad altri – adulti – che avevano in seguito deciso della sua vita facendole girare mezzo mondo alla ricerca di una nuova casa.
E la sua mente correva veloce, entrando negli alberi e nell’acqua delle fontane sempre più a fondo. Non ci aveva messo molto a sorpassare i limiti apparenti del tangibile e a capire quanto strano fosse il mondo al di là della sottile patina di perfezione e candore nella quale era cresciuta. Era stato così, allungando i tentacoli della propria coscienza intorno a sé, che aveva realizzato in un misto di meraviglia, disgusto e curiosità che il mondo conteneva molte più stranezze di quante si potessero vedere. Gli alberi erano vivi e parlavano tra di loro, così come i fiori e le piante, anche se non tutti erano abbastanza loquaci da saltarle all’occhio. E l’oceano! Che scrigno di tesori e stranezze era! Poter sentire il movimento delle branchie al posto dei polmoni era una delle cose più singolari e bizzarre che le era capitato di provare a fare, rischiando quasi di soffocarsi da sola, troppo immersa in quella singolare esperienza per far funzionare i propri polmoni. Poter entrare nelle cose le era servito anche a metabolizzare la propria sopravvivenza: esplorando con la mente i fondali marini aveva incontrato uno strano tipo di pesce; si era trattenuta a lungo a riflettere, cercando di capire cosa fosse, e perché sembrasse così fuori luogo. Era come entrare in un delfino con la pelle umana, strano stranissimo. Finché non aveva infine compreso: quello non era un delfino, bensì una sirena! Ed erano quindi state le sirene a salvarle la vita, o almeno, di quello si convinse. Tutto era accettabile nella sua testolina di tredicenne – qualunque cosa le avesse impedito di sprofondare verso il freddo e buio fondale dell’Oceano Indiano aveva la sua gratitudine.
Ripensare a quella singolare sensazione ne risvegliò un’altra, più dolorosa, più bagnata. Fu un attimo di vestiti e capelli appiccicati al corpicino esile di una bambina terrorizzata, poi ritornò al presente; al suo corpo caldo immerso nel tepore della flanella. Scostò rapidamente le coperte, mettendosi a sedere con grazia quasi felina. Aveva ancora i capelli molto lunghi e molto biondi che le ricadevano tutt’intorno come i rami di un salice piangente, e la pelle era talmente bianca da renderla, ogni volta che si esponeva ai raggi del sole, una sorta di visione eterea, proveniente da un altro mondo. Se a questo si aggiungeva la sua ossessione per i colori chiari e pastello – la sua camicia da notte in flanella era bianca, le lenzuola erano bianche e anche le sue ciabatte – Blanche risultava, di nome e di fatto, un fantasma con il cuore caldo. Stiracchiò le gambe e si alzò, dandosi una leggera spinta. Guardò di sfuggita la tenda e si diresse al piano inferiore per fare colazione.
La casa che Blanche condivideva con suo cugino Tyson era piccola, vecchia e molto rustica. La ragazza non aveva imposto più di tanto il proprio gusto in materia di arredamento se non nella sua stanza; riconosceva l’autorità di Tyson. Quella casa era sua, dopotutto, e lei vi si era insediata come una specie di incantevole parassita (anche se il ragazzo, di un anno più piccolo, la vedeva più come una ragazza viziata e snob). In cucina mise su il bollitore per il tè e apparecchiò con fette biscottate e burro. Nel lavandino una tazza sbeccata annunciava il passaggio di Tyson, tre ore prima. Gestiva un piccolo bar che affacciava sul lungomare, nei pressi della sede cittadina dei cacciatori di vampiri (anche se lui di questo non aveva la più pallida idea). A Blanche quel locale non piaceva; a dire il vero, dalla morte dei suoi genitori tendeva a stare il più lontana possibile dal mare. La cosa era un po’ difficoltosa, vista la posizione della casa: uscendo c’erano solo una piccola strada a senso unico e una ringhiera di ferro grigia a separarla dall’acqua. Ma in quel momento, mentre la ragazza metteva su il bollitore per il tè – Earl Gray che avrebbe stemperato con il latte – non vedeva il mare, non sentiva il fragore delle lingue color jeans che sbattevano sulla costa; dava loro le spalle, canticchiando mentalmente una canzoncina stupida che aveva sentito da qualche parte. Mentre il gas faceva il suo lavoro, adoperandosi per riscaldare il recipiente laccato verde menta, Blanche apparecchiò l’occorrente per la colazione, dilungandosi nella scelta della marmellata – albicocca o ciliegia? – e nella sistemazione della tovaglietta di plastica slavata.
Ogni mattina seguiva, metodica ma calma, trasognata, quella stessa routine. E nel mentre percorreva lo stesso spazio ristretto, armeggiando con il pane, il coltello, il latte, i suoi capelli danzavano scandendo il tempo, simili alla lancetta del vecchio metronomo che usava per tenere il tempo quando era piccola.
Suo padre era stato un pianista piuttosto famoso, e lei ne aveva seguito le orme con naturalezza. Da bambina era convinta, suo malgrado, che la musica fosse l’unico vero mezzo che potesse usare per comunicare con quell’uomo così alto e distinto. Lo vedeva infondere, in quella successione di tasti bianchi e neri, tutto l’amore che lei avrebbe voluto per sé. E allora gli si metteva accanto, e imparava a suonare con lui, pensando che in quel modo avrebbe potuto delimitare uno spazio tutto loro, in cui quell’amore sarebbe finito, per forza di cose, anche in lei.
Quei momenti erano ormai soltanto un ricordo sbiadito. Ora, Blanche non suonava più per racimolare amore; lo faceva per conservare quello che era rimasto, in una muta lettura di un testamento mai firmato. Stessa cosa poteva dirsi di sua madre, dalla quale aveva ereditato la grazia e il naso piccolo. Di lei portava alto, come uno stendardo sulla via della guerra, ogni singolo abito che indossava.
Erano piccole cose, completamente futili, ma irrimediabilmente necessarie. Perché Blanche non aveva una tomba dove andare a portare dei fiori, delle foto incastonate nella pietra da lucidare con olio di gomito. Non aveva ceri da accendere e contemplare, né un piccolo spiazzo da ripulire con scopa e paletta.
Tra tutti gli oggetti, sceglieva quotidianamente di diventare una cappella di famiglia, anche se non si trattava di una decisione consapevole.
Anche se non ne sentiva la consistenza, né la forma premerle tra le costole.
…
Aveva preso gli spartiti e li aveva messi nella borsa; si era aggiustata l’orlo del vestito – di un rosa pallido – e aveva fissato tra i capelli lo spesso cerchietto abbinato, con un vistoso fiocco sul lato destro. Andava bene. Aveva completamente rassettato la casa, lavando le tazze, mettendole a posto; era pronta per lasciare la sua bolla. Si rimirò per un momento l’anellino sottile che indossava con una felicità nuova e calda da un po’ all’anulare e scese a mettere il cappotto.
Quell’anello la collegava a un nuovo sentiero. Era freddo al tatto, la maggior parte delle volte, elegante e riluceva alla luce delle lampade con discrezione. Blanche non lo toglieva spesso, perché la faceva sentire ancorata a qualcosa; a qualcuno. A Ebizo Nanami, per intenderci, anche se a guardarlo, gracile e smilzo com’era, quel ragazzo suo coetaneo non faceva pensare a un sostegno irremovibile. Insieme, sembravano una coppia di ceri con la miccia accesa, solo che Blanche, essendo minuta, risultava bruciata per più della metà. Pallidissimi, capelli biondi, figure sottili, quando si muovevano di notte risultavano inquietanti agli occhi degli estranei, ritti l’uno accanto all’altra, nessun contatto fisico perché era contro le regole del Dipartimento; due reclute innamorate, impegnate a scambiarsi sguardi dolci tra un esorcismo e una manifestazione paranormale. Persino il sergente Warner, la loro supervitrice, ci aveva rinunciato, a tenerli separati. Li aveva presi entrambi, pacchetto completo, addestrandoli con fermezza.
Blanche era quasi pronta, gliel’aveva sentito dire alla vice comandante Greco qualche settimana prima; per Ebizo ci sarebbe voluto ancora un po’ di tempo, è troppo sensibile e titubante. Ma Blanche era quasi pronta; c’era solo un piccolo problema che non riusciva proprio ad affrontare.
Lo fronteggiava ogni mattina, quando doveva uscire di casa e non poteva più dargli le spalle, o eliminare il suo rumore con canzoncine vuote. Si chiudeva la porta alle spalle, doppia mandata, e poi lo guardava, mentre un brivido freddo le percorreva la schiena, anche se si era imbacuccata come quella mattina.
Il mare, il custode della sua famiglia, l’origine del trauma che le aveva dato la vista. Avrebbe dovuto superare le correnti, perdonarle, prima di poter sostenere l’esame finale e dirsi a tutti gli effetti esorcista. Ma non riusciva proprio. Avvicinarsi al mare equivaleva a infilare la mano in un cestino pieno di aghi; e non provava ad immergersi da quando era bambina, e al mare ci andava con sua madre; quello era prima. Non aveva più nuotato in mare aperto, solo in piscina con il sole a friggerle l’incarnato delicato. Preferiva scottarsi e inaridire i capelli che risentire effettivamente il sale sulla pelle e la sensazione di affogare, senza scampo, con i gorgoglii dei genitori morenti nelle orecchie.
Rabbrividì e iniziò a camminare verso il teatro. Avrebbe fatto del suo meglio per evitare la questione con il sergente il più a lungo possibile. Avrebbe posto la sua attenzione sulle cose che lei reputava importanti: il matrimonio con Ebizo, la sua musica, il mondo dentro il mondo.
Avrebbe mantenuto le cose nella posizione più stabile possibile fino al limite; non si sarebbe arresa al galoppo delle onde; sarebbe stata scoglio in mezzo alla tempesta, scudo e custode delle cose a lei cara.
Anche del proprio cuore.
