Los Angeles era una brulicante città-stato, piena di luci e riflessi. Un bellissimo diamante per molti, una fastidiosa lampada ammazza-mosche per altri. Sofia era ancora indecisa sulla propria posizione in materia. Non si recava spesso in città; il divano di Carmen era comodo e le piaceva la tranquillità della via in cui abitava, tutta chiara e scandita da piccole aiuole quadrate impiantate sul marciapiede. Seaville era un gioiellino, tanto simile al set di un film da immergerla in un’atmosfera da sogno ogni volta che percorreva la via per andare al negozio o guardava fuori dalla finestra i colori del tramonto. Los Angeles – Los Angeles era una casa degli specchi formato gigante, caotica e abbagliante tanto da far venire il mal di testa.
Faceva ormai avanti e indietro da qualche mese: aveva imparato molto bene ogni singolo svincolo che portava l’autobus in città; riusciva addirittura a distinguere quasi univocamente alcuni elementi naturali (qualche albero, qualche roccia ben piazzata lungo l’interstatale). Nonostante questo, però, girava ancora per la metropoli con la mappa in tasca, come una specie di turista del macabro, camicia rossa, cappotto nero e (molto spesso) borsone per i soggiorni lunghi. In molti dopo il suo arrivo al Dipartimento della California si erano offerti di farle da guida per i vari quartieri, ma lei rifiutava sempre poco educatamente quelle premure, schifata dagli sguardi famelici con cui i suoi colleghi seguivano il suo incedere tra i vari uffici, davanti alla parete delle taglie e persino lungo le vie che circondavano l’edificio facendolo somigliare ad un imponente castello circondato da fossati di cemento.
Era successo in una di quelle occasioni – aveva appena staccato, albeggiava e uno dei suoi appiccicosi colleghi la stava pedinando senza farne troppo mistero – che l’aveva rivisto. Le veniva inconsapevolmente incontro, i primi bottoni della camicia bianca – simbolo del Ministero – sbottonati e il gilet nero sottobraccio, completamente immerso in una conversazione con un suo collega. Era leggermente diverso da come Sofia se lo ricordava: il viso, che lei aveva visto per l’ultima volta completamente glabro, era ricoperto adesso da uno strato di peluria color miele, e gli occhi azzurri erano ormai completamente succubi delle occhiaie livide, che una volta vi erano appena spruzzate e parevano quasi disegnate con l’ombretto. Sentì lo stomaco contorcersi, mentre avanzava verso di lui; sperava che non volgesse lo sguardo e non la riconoscesse, così da non dover riprendere una storia che aveva deciso di stroncare sul nascere. Il diploma era stato risolutivo in tal senso: il numero di telefono che lei aveva accettato di dargli – dopo molta insistenza – divenne ben presto inutile; sua sorella Cassandra voleva andarsene, raggiungere l’Inghilterra con il suo ragazzo Ivan e lei l’aveva seguita senza guardarsi troppo indietro.
A quel periodo, quando si era comportata glacialmente e con distacco, ripensava sporadicamente ma sempre con una nota marcata di rimpianto, che puntualmente rispingeva giù, giù fino ai piedi, per non provare più né nostalgia, né vergogna, né rimorso per quell’occasione sprecata. Erano fin troppo diversi, loro due: lei esorcista, lui cacciatore di vampiri. La legge scoraggiava le relazioni di quel tipo, così come proibiva penalmente il matrimonio: dei figli metà e metà, che scandalosa nefandezza sarebbe stata! Tutto quello però passava puntualmente in secondo piano quando erano vicini; succedeva sempre: a scuola, in mezzo alla strada, alla festa di diploma. E adesso lui era lì di fronte a lei, e le stava andando incontro, e lei sentiva una fitta sempre più dolorosa farsi strada tra i muscoli del diaframma, ad ogni singolo passo. Perché erano passati più o meno cinque anni, e lui era cambiato, ma era sempre incredibilmente attraente, e la mano con cui lei stringeva la tracolla della borsa nera avrebbe voluto mollare la presa e tendersi verso la curva dura della sua mascella per poterlo toccare e accertarne l’autenticità.
L’altro continuava a seguirla, la strada era dritta e non c’erano vie secondarie nelle quali sarebbe potuta sgusciare rapida per evitare Luke Warner, cacciatore di vampiri, e i suoi maledetti occhi blu. Allora decise di fare la disinvolta: si passò una ciocca di capelli dietro l’orecchio e puntò lo sguardo verso le proprie scarpe, pregando con tutta sé stessa che lui non la fermasse. Accelerò il passo e lo oltrepassò, sentendo quasi la frizione dei loro spazi toccarsi, morbidi e vaporosi, mentre tratteneva il fiato, ormai avviluppata in una sottile rete che lei lo sapeva, partiva dalle sue spalle e si estendeva verso di lui e il calore del suo corpo.
«Ti ripeto che secondo me non sta né in cielo né in Terra, Al. Non puoi pretendere di interrompere un infetto mentre mangia e pensare di passarla liscia. Dovresti essere proprio stupido», stava dicendo. Sofia non riuscì a sentire la risposta dell’altro – di Al – ma a quel punto le fu molto più facile liberarsi del suo sgradito accompagnatore.
«Greg, guarda che non sono stupida, lo so che mi stai seguendo. Perché non vai a casa a dormire? È tardi».
«Pensavo che avresti voluto accompagnarmi… Il letto sarà freddo» gli sentì dire, e il modo in cui buttò lì quell’invito la fece infuriare.
«Ma ti pare? Senti, non voglio problemi, ma se non ti levi dalle scatole ti faccio finire al pronto soccorso, intesi?»
Solo quando fu seduta sull’autobus, diretta verso Seaville, si concesse un sospiro di sollievo. Non raccontò a Carmen di Luke né fece alcun tipo di accenno a Greg. C’era come un silenzioso patto tra loro: di romanticismo in casa Greco non si parlava mai. Carmen era una mamma single che si ostinava a tacere l’identità del padre di sua figlia, Jessica. E così Sofia aveva deciso che non avrebbe mai detto niente che lasciasse intendere che quella piaga – l’amore – si fosse intrufolata in casa, anche se questo avesse significato doverla isolare tra i confini solidi del proprio cranio.
Per qualche giorno fu tutto tranquillo: niente chiamate, niente segnalazioni, nemmeno a livello locale. Sofia trascorse quella boccata d’aria facendo da babysitter alla piccola Jessica mentre Carmen usciva di pattuglia. Quella bambina era alimentata a cherosene, ne era sicura. Poi, una sera, dopo che avevano cenato e avevano messo a letto Jessica, Carmen dovette rispondere al telefono. Quando riattaccò rimase a fissare l’apparecchio, visibilmente pensierosa.
«Che ti prende?»
Carmen la guardò. «In città hanno problemi seri e hanno richiesto l’intervento di più personale possibile entro il tramonto di domani. Come cavolo faccio ad organizzarmi in così poco tempo? Quanto li odio quando fanno così…».
«Facile: non ti organizzi. Resta qui con Jess e non preoccuparti, vado io».
«Sicura che non ti pesa andarci da sola? L’ultima volta sei tornata stravolta».
Sofia sentì una stretta allo stomaco quando Carmen disse in quel modo, ma fece finta di niente.
«Nessun problema».
* * * * * * * * * *
Sulla via per L. A. Sofia non riuscì a stare tranquilla. Si agitava sul sedile dell’autobus, il borsone accanto e una ciocca di capelli attorcigliata intorno all’indice. Guardava fuori dal finestrino mentre il sole si abbassava sempre di più, e rifletteva. Come sempre, gli addetti del Dipartimento non erano stati molto chiari, al telefono. “Problemi seri” poteva significare moltissime cose. La ragazza cominciò a figurarsi le minacce più probabili. Troll, una congrega oscura, una possessione, un’infestazione recidiva… Le possibilità erano praticamente infinite. Eppure, nonostante cercasse di dedicare tutte le proprie energie mentali nel prepararsi, una porzione di intestino si agitava per conto suo, smossa da ben altro. Sofia cercò di non badarci per un po’, ma alla fine dovette lasciare il posto al paio di occhi azzurri che non l’avevano guardata in quella via dritta senza uscite secondarie. Si chiese se ridesse ancora, dopo tutti quegli anni, di gusto e con allegria, come lo vedeva fare il pomeriggio all’uscita da scuola. Si abbandonò al suono di quella risata e alla cadenza particolare che aveva il suo nome quando era lui a pronunciarlo. Quando si accorse di essersi completamente rilassata sul sedile del pullman con un sorriso disteso sul volto si riscosse e scattò in avanti come punta da un’ape.
Non posso. Non. Posso.
Anche ammesso che si fossero rivisti, anche ammesso che lui nutrisse ancora dell’interesse per lei, non potevano. La legge era chiara, si ripeté: esorcisti e cacciatori non possono unirsi in matrimonio. Dunque le sue stupide fantasie dovevano sparire, proprio come aveva fatto lei cinque anni prima. Si ricompose e riprese a passare in rassegna le categorie di spiriti e creature che potevano aver creato così tanto scompiglio. Ad attenderla all’autostazione ritrovò Greg – aveva i capelli pieni di gel e un sottile velo di sudore sul volto. Le sorrise; lei non ricambiò, l’umore nero più del solito – più del dovuto.
«Ti hanno assegnato una stanza al Bay Motel» le disse mentre si dirigevano insieme verso il Covo. Greg faticava a starle dietro allo stesso modo in cui lei faticava a toglierselo di torno. Di fronte al portone d’ingresso – enorme, di un verde pisello leggermente scrostato – Greg prese un bel respiro.
«Mamma mia, quanto corri! Ecco, le tue chiavi», e le porse una piccola chiave lucida con una targhetta di plastica attaccata: le era toccata la stanza numero 34. Greg osservava con malcelato interesse il numero scritto a penna; Sofia si ripromise di farsi dare un’altra stanza in seguito. Infastidita, bussò con forza sul legno. Il Comandante del Covo di Los Angeles, Jamie Armstrong, li accolse con un cenno del capo; stava in mezzo all’atrio, completamente assorto nella lettura di una relazione. L’ingresso era completamente libero e l’intero edificio, quella notte, era avvolto da un inusuale silenzio.
«Stavo aspettando giusto voi… Greco dov’è?»
Sofia si schiarì la gola.
«Non è riuscita a trovare nessuno a cui lasciare la bambina, Signore, così le ho detto di restare a casa».
Armstrong alzò le sopracciglia.
«Ma davvero? E da quando in qua non ci si prende nemmeno la briga di avvertire, Constantinou?»
Scosse leggermente la testa e diede loro le spalle, incamminandosi lungo il corridoio spoglio che conduceva verso l’interno. Il Covo di Los Angeles era immenso, ma non si poteva definire accogliente né tantomeno moderno: era stato una volta una fabbrica di vernici, di cui era testimone il pavimento piastrellato ricoperto qua e là di schizzi colorati. Nello scheletro ben massiccio del casolare era stata in seguito eretta una struttura di metallo biancastro che si articolava in due piani che facevano un baccano terribile durante le nottate normali, quando decine di paia di piedi la percorrevano in lungo e in largo.
L’ufficio di Armstrong era a piano terra, in fondo: un misero quadrato di cartongesso di pessima qualità che lui aveva cercato di decorare con qualche riproduzione: alle spalle della sua scrivania spiccava Giallo, rosso, e blu di Kandinskij, il suo acquisto più recente. L’uomo si accomodò alla scrivania; Sofia e Greg restarono in piedi di fronte a lui.
«Allora, abbiamo a che fare con un branco piuttosto numeroso di Allu che si è diffuso a macchia d’olio, sparpagliandosi per tutta la città e attirandone altri solitari» annunciò, dando una scorsa ai documenti. «Sono praticamente dappertutto, per questo motivo vorrei che tu e Morrow ispezionaste quest’area», e indicò un punto ben preciso della città.
«Di norma non ti chiederei di lavorare in coppia, Constantinou. so che odi le persone. Ma sei nuova, mentre Morrow è nato e cresciuto qui».
Sofia annuì, passandosi una ciocca dietro l’orecchio. Con la coda dell’occhio vide Greg sorridere, e seppe che quella nottata sarebbe stata un vero e proprio incubo.
Lasciarono il Comandante nel suo ufficio e si diressero verso l’uscita. Greg avrebbe voluto accompagnarla a posare il borsone in camera, prima di dedicarsi all’ispezione, ma Sofia fu categorica; così si ritrovarono su un autobus semivuoto e maledettamente rumoroso. Greg continuava a fissarla, aspettando il momento buono per attaccare bottone. Lei puntò gli occhi fuori, verso la città che sfrecciava loro incontro. Si chiese dove fosse Luke in quel momento, poi si disse che non erano affari suoi e cercò di ricordare tutto quello che sapeva sugli Allu.
Distruggono tutto ciò che incontrano sul loro cammino. Lo fanno per ingannare il tempo: aspettano che l’anima dell’uomo che li ha generati stia per lasciare il corpo per renderlo un fantasma e condannarlo a vagare senza meta per l’eternità. Non esiste un metodo consolidato per liberarsi degli Allu: sono tremendamente infestanti.
«Nervosa?»
Riluttante, Sofia riportò la propria attenzione su Greg e sulla domanda che le aveva appena fatto. Fece spallucce.
«Spero che ti sia portato dietro l’occorrente per purificare il posto dove stiamo andando», disse.
Il ragazzo annuì, scostando l’orlo del cappotto nero e rivelando una fila ben ordinata di fialette, inserite in una cartucciera.
«Amo l’acqua santa, è così facile da reperire! Ti basta entrare in una chiesa e prenderne un po’ all’ingresso, non se ne accorge mai nessuno».
Sofia non replicò: lei non amava particolarmente quel metodo. Bastava un nonnulla per annullare le proprietà dell’acqua e farla ritornare del comune liquido trasparente. Per quel motivo portava sempre con sé un voluminoso fascio di salvia: dal fumo non si poteva scappare, né tantomeno dalle formule; e lei ne conosceva almeno una decina. Ma non disse nulla di tutto questo, per non dare a Greg l’impressione di voler familiarizzare con lui.
L’autobus li lasciò in una zona piuttosto periferica della città, in cui la modernità si fondeva con le brulle colline californiane. Iniziarono a camminare: Greg si prese la briga di spiegarle che quella zona di solito la usavano le case di produzione cinematografiche per ricavarne set già pronti a prezzi stracciati, e che una volta era molto più verde e popolata. L’edificio che interessava loro era uno dei pochi dell’area ad essere, almeno in apparenza, integro. Era enorme ed emanava un’aura di passata magnificenza. Le finestre – piccoli rettangoli consecutivi – li guardarono avanzare oltre una cancellata debole e lungo un cortile incolto e cosparso di spazzatura.
«Negli anni Quaranta questa era una scuola gestita da suore, infatti da quella parte c’era il convento vero e proprio». Greg indicò la loro sinistra, un piccolo distaccamento simile nell’architettura all’edificio principale ma molto più basso e insignificante. Fu l’ultima cosa che disse prima di iniziare l’ispezione: i due entrarono dal portoncino d’ingresso dopo averlo forzato un po’ e si misero ad esplorare. Doveva essere stata davvero una bella scuola, pensò Sofia. I soffitti erano altissimi e il pavimento era stato di un parquet chiaro. Anche le aule erano molto spaziose, così come gli uffici amministrativi e l’infermeria. Il piano terra si rivelò completamente vuoto, ma bastò poggiare il piede sul primo degli scalini che portavano a quello successivo per avvertire qualcosa. Greg le fece un cenno con la mano e iniziò la salita lentamente, guardandosi intorno con attenzione, mentre il sudore gli colava inesorabilmente giù per il collo, inzuppandogli il colletto della camicia. Sofia raccolse i capelli in una coda mentre lo seguiva, il borsone saldamente pigiato contro la schiena.
Il primo piano sembrava speculare al piano terra, ma più sporco e disordinato: qualcuno si era divertito a spostare i banchi di legno fuori dalle aule e a disporli un po’ alla rinfusa per il corridoio; alcuni erano rovesciati su un lato, insieme alle sedie, e ovunque sul pavimento erano disseminati fogli. Affacciandosi sulla prima aula Sofia notò degli scarabocchi senza senso sulla lavagna. I gessetti erano per terra, completamente sbriciolati, come se qualcuno vi avesse saltato sopra.
Un botto improvviso la riscosse da quelle constatazioni: qualcuno – no, qualcosa – aveva appena sbattuto una delle ultime porte del corridoio con violenza. Si avvicinarono lentamente, il respiro ridotto a un lieve sibilo. Si maledì di non aver portato con sé l’arco e la faretra: da quando era negli Stati Uniti non li usava più per paura che qualcuno glieli rubasse. Sentì Greg prendere un bel respiro; dopodiché spalancò la porta con un sonoro calcio.
Per un attimo quell’aula apparve esattamente uguale a tutte le altre; ma fu solo un attimo, perché dal soffitto spuntarono, simili a enormi vermi, otto scure figure filiformi. Rimasero appese per qualche istante al soffitto come liane, poi partirono alla carica, simili a giavellotti impazziti. Sofia fece in tempo ad evitarne due, mentre Greg ne beccò uno in pieno, che lo scaraventò dritto contro il muro del corridoio.
Sono in troppi, pensò Sofia, cercando di allontanarsi quel tanto che bastava per poter armeggiare con il borsone e tirare fuori la salvia, anche se sapeva che in quelle condizioni non sarebbe servita proprio a niente: gli Allu erano già molto forti, più di quanto si sarebbe aspettata, e la loro inaspettata vivacità poteva significare soltanto una cosa: l’uomo che li aveva generati, da qualche parte, stava morendo. Era quindi troppo tardi per poter sperare di mandarli via come moscerini: avrebbero dovuto trovare la fonte e distruggerla. La ragazza esitò: avrebbero dovuto prendere il controllo dell’anima di quell’uomo e distruggerla per sempre per evitargli un’eternità di sofferenza. Si trattava di un processo tremendo, al quale aveva assistito una volta soltanto, per sbaglio. Era un’esperienza che non si poteva dimenticare. Rabbrividì: dovevano assolutamente uscire da lì.
«Greg! Ce ne dobbiamo andare!» urlò, ma non ottenne risposta. Spaventata e circondata da quegli spettri così inquietanti, con le loro facce completamente vuote rivolte a lei, si buttò sotto uno dei pochi banchi ancora presenti in aula e poi rotolò fuori. Greg era semi-accasciato alla parete, svenuto e pallido. Li sentiva alle sue spalle, e non sapeva come avrebbero reagito; allora creò un diversivo: si allungò sul compagno e prese un paio di quelle maledette fialette piene di acqua santa. Osservò le figure scure ammassarsi sull’uscio, probabilmente confuse e inconsapevoli, prese Greg sottobraccio e lanciò le fialette su di loro. In un attimo un sibilò si propagò per l’ambiente, mentre il corpo di un paio di Allu iniziava a contorcersi e a ridursi come carta bruciata. Approfittando del loro sgomento e dei loro movimenti sconnessi Sofia fece uno scatto fulmineo e si diresse verso le scale, dove cadde rovinosamente portandosi dietro Greg. Senza voltarsi lo riprese sottobraccio e raggiunse l’uscita, e poi il cancello esterno. Avrebbe in seguito ringraziato l’adrenalina per questa prontezza.
* * * * * * * * * *
La sala d’aspetto dell’ospedale era bianca e le poltroncine comode, per essere un ospedale. Sofia si aggiustò sulla sedia, visibilmente a disagio: di fronte a lei, Jamie Armstrong osservava l’infermiera della reception a braccia conserte. Era riuscita a contattarlo per pura fortuna, un’ora prima, e lui aveva caricato entrambi in macchina e li aveva portati nell’ospedale più vicino, dove i medici avevano preso in carico Greg. Lungo il tragitto si era fatto raccontare per filo e per segno quello che era successo in quella scuola abbandonata.
«Dobbiamo cercare un uomo sul letto di morte», aveva concluso. Armstrong non aveva detto niente, ma le possibilità di trovare proprio l’uomo morente giusto in una città grande come quella erano molto scarse. Sofia aveva cercato di concentrarsi di nuovo sul caso, ma l’effetto dell’adrenalina era ormai finito, facendole dolere le spalle, le gambe, ogni singolo muscolo del suo corpo. Aveva inoltre notato con un certo disgusto di avere un enorme alone di sudore di Greg a cavallo tra la spalla sinistra e il petto perché il cappotto le si era scostato durante la fuga e non vedeva l’ora di potersi concedere una doccia per levarselo di dosso.
«Quella scuola era completamente gestita dalle suore, Constantinou» disse improvvisamente Armstrong. «Non ha il benché minimo senso. Stiamo cercando un uomo, non una donna. A meno che…». Si interruppe un attimo: proprio in quel momento stava passando per la sala d’attesa il cappellano dell’ospedale.
Sofia lo notò con la coda dell’occhio mentre si allontanava oltrepassando una delle porte dei reparti.
«A meno che un prete – mettiamo, un confessore – non abbia avuto rapporti con la succube in quella scuola e ora stia morendo lentamente di vecchiaia», concluse Sofia con una punta di dubbio; la religione cattolica non l’aveva mai capita appieno.
Armstrong annuì e si alzò.
«Vado a telefonare al Covo, a quest’ora qualcuno sarà già tornato», disse. «Lo troveremo e ce ne occuperemo. Tu fatti visitare, fatti una dormita e presentati stanotte come di consueto per il pagamento».
Sofia annuì e lo osservò allontanarsi.
«Lo troveremo e ce ne occuperemo».
Rabbrividì al pensiero di quello che avrebbero fatto a quel vecchio, quando l’avrebbero trovato. Quello che avevano fatto lei e Greg era stato, in fondo, un misero tentativo, e in quel momento, sola in quella sala d’attesa, la loro stupidità le apparve lampante. Lo sapevano tutti che gli Allu erano creature incredibilmente forti e tenaci, e non si poteva sperare di mandarli via con acqua santa e salvia bruciata; una volta insediati andavano trattati come erbe infestanti: andavano sterminati, e con essi la fonte della loro stessa esistenza.
Sofia cercò di non soffermarsi su quell’ultima verità: si aggiustò la coda allentata e cercò di mettersi in piedi per dirigersi alla reception e chiedere all’infermiera di essere visitata. L’avrebbe fatto, se mentre soppesava la forza delle proprie ginocchia non fossero entrate un paio di gambe avvolte da pantaloni scuri. Le guardò scegliere la poltrona di fronte alla sua e sedersi, mentre a lato cadeva, sinuoso come un ruscello di sabbia, un cappotto beige. La ragazza imprecò mentalmente: un cacciatore era l’ultima cosa che le ci voleva per concludere la nottata. Alzò lo sguardo quel tanto che bastava per darsi lo slancio, ma restò impietrita al suo posto.
Di fronte a lei, un paio di occhi color azzurro mare la guardavano divertiti.
«Io non so se essere sorpreso o felice di vederti», esordì Luke Warner. «Quindi credo che accoglierò sia la sorpresa che la felicità, Sofia».
Rimasero a fissarsi per un lungo minuto: lei non gli toglieva gli occhi di dosso, sembrava come entrata in una trance mistica, seduta in quella posizione rigida; lui reggeva il suo sguardo incredulo, il volto addolcito da un sorriso e i lineamenti stanchi, il corpo rilassato e un po’ abbandonato tra la poltroncina e il pavimento.
Nella testa di Sofia iniziarono, lentamente, ad affollarsi domande su domande: era solo? Era ferito? Perché era lì? Come stava? Da quanto era in città? Aveva qualcuno? L’ultima la punse nel petto, così la accantonò.
«Perché sei qui?» chiese, infine, con un filo di voce. Non capiva perché avesse tutto a un tratto il fiato mozzato. Luke fece spallucce.
«Stavamo inseguendo un ferale. Io ho visto il muretto e ho saltato, il mio collega è inciampato e si è lussato una spalla. Si stanno occupando di lui. Tu, invece?»
«Più o meno la stessa cosa.»
Luke annuì.
«Abbiamo visto molti esorcisti a spasso stanotte. Roba grossa?»
Sofia annuì. Aveva preso a giocherellare con le dita, il cuore sempre più rapido nel suo andirivieni nel petto.
«Sei sicura di stare bene?» chiese ancora. Si sporse in avanti per guardarla meglio, e fu in quel momento che Sofia si rese conto di avere stranamente caldo. Scattò in piedi.
«Sì, io… Stavo giusto per andarmene a dormire».
Luke la guardava dal basso, assorto.
«Non aspetti il tuo tipo?» buttò lì. Un’ondata di irritazione la pervase.
«Ma che diamine! Lui non è il mio tipo, non è assolutamente niente!» sbottò Sofia, sentendo ancora più calore sul viso. «Me ne vado. È stato bello rivederti, Luke. Stammi bene».
Prese il borsone, si voltò e uscì dalla sala d’aspetto e poi dall’ospedale. Avrebbe preso un taxi e si sarebbe fatta lasciare di fronte al motel. Avrebbe fatto una doccia calda e avrebbe dormito. Forse avrebbe preso una birra prima. O due. Mentre aspettava il taxi accanto al cartello, però, notò sull’asfalto di fronte a sé l’allungarsi di un’altra ombra, più lunga e sottile della sua. Qualche istante, e il suo proprietario le fu accanto. Ancora Luke.
«Scusami se sono stato indiscreto, ma dovevo saperlo, Sofia, se quel tipo… Beh, è il tuo tipo» disse, guardandosi le scarpe. Sofia non lo guardava: fissava il lampione all’altro capo della strada, e non sapeva proprio cosa pensare.
«Ok, capito. Ora lasciami in pace», mormorò, e si pentì di aver parlato in quel modo, come se il loro incontro fosse un segreto. Poi si ricordò che entrambi avevano addosso la rispettiva uniforme, e si disse che aveva fatto bene a mormorare. E che probabilmente avrebbe dovuto allontanarsi di più da lui sul marciapiede, affinché nessuno capisse male.
«In che quartiere vivi?»
«Che ti frega?»
Lo sentì sospirare.
«Mi frega, perché sono quasi le cinque del mattino e sei da sola, e probabilmente questa zona della città non la conosci, altrimenti sapresti che i taxi da qui passano soltanto a partire dalle otto».
Merda.
«Voglio solo aiutarti. Se mi dici dove devi andare, posso dirti che autobus prendere, o accompagnarti alla fermata della metro», continuò. Lui la stava guardando, e lei si stava sforzando di continuare ad ignorarlo.
«Io… Non vivo in città. Mi hanno assegnato una stanza in un motel», disse, alla fine.
Luke annuì.
«Quale?»
Sofia alzò gli occhi al cielo.
«Il Bay Motel», soffiò fuori.
«Ok, perfetto. È dall’altra parte della città. Se vieni con me ti faccio vedere quali autobus prendere per arrivarci».
Fu così che iniziò quella che in futuro entrambi avrebbero chiamato la danza. Lui iniziò a camminare e lei, dopo un attimo di titubanza, lo seguì, qualche passo indietro, come se non fossero insieme. Salirono su un autobus, e poi su un altro ancora. Si sederono l’uno di fronte all’altra, sui sedili laterali di mezzo, e sembravano non conoscersi affatto. Ma lui non smetteva di guardarla, e lei non smetteva di percepire quello sguardo su di sé, né di desiderarlo, né di sentirsi colpevole perché lo desiderava. Ripensò alla ruvidezza del suo volto, e alle sue mani che le prudevano dalla voglia di poterlo toccare.
In totale il viaggio durò una ventina di minuti o giù di lì. Quando Luke intravide da lontano l’insegna al neon del Bay Motel si affrettò a scribacchiare qualcosa su uno scontrino stropicciato che si ritrovava in tasca con una penna quasi scarica che aveva rubato la settimana prima in un diner. Sofia notò i suoi movimenti e lo osservò curiosa. Quando l’autobus si fermò bruscamente lui alzò lo sguardo dal foglietto e si fissarono. C’era qualcosa, nel modo in cui Luke la stava guardando di nuovo, di inaspettato e, di conseguenza, di spaventoso per lei. Era determinazione.
«Sei arrivata», la avvertì tranquillo lui, e lei si affrettò alla porta scorrevole. Prima che potesse scendere, però, sentì una presa sul braccio: Luke le afferrò a forza la mano e le diede quel bigliettino.
«Buonanotte, Sophie».
«… Buonanotte. Grazie».
* * * * * * * * * *
Quando ritornò a Seaville erano passati ormai due giorni: era stanca e affamata, eppure piena di un’euforia che non sentiva dall’infanzia. Jessica tradusse da subito quel nuovo mutamento in Sofia come voglia di giocare, così la trascinò in cortile a fare qualche tiro libero. Carmen, però, non cascò nella favoletta del “Quanto mi siete mancate!”. E così, dopo una pizza e una doccia calda, e dopo essersi liberata della bambina, decise di colpire l’amica.
«Allora, com’è andata la missione?»
Sofia si stava asciugando i capelli sul divano; lei era poggiata al bancone della cucina.
«Bene, in fondo. Erano degli Allu, se ne sono occupati gli altri dopo che io e Greg abbiamo capito qual era il problema».
«Fortunati. Greg come sta?»
«Viscido come al solito. E con un trauma cranico che lo terrà in ospedale per qualche giorno ancora».
Carmen non poté fare a meno di ridere, pensandoci. Poi tornò seria.
«E non è successo nient’altro di rilevante mentre eri in città?»
Seguì il silenzio. Sofia finì di tamponarsi i capelli e li pettinò con cura, mentre Carmen le osservava la nuca con impazienza.
«Ho rivisto una persona, Carmen».
Non riusciva a guardarla.
«Ma dai! E dimmi, chi sarebbe questa persona?»
Aveva notato il rossore sulle sue guance comparire e farsi via via più intenso. Questo le provocò un’altra risata.
«Luke», mormorò.
A quel punto Carmen avrebbe dovuto smettere di ridere. Avrebbe dovuto essere dura e sgonfiare la nuvola rosa che le aleggiava sulla testa da quando era tornata. Avrebbe dovuto dirle che non significava niente, che era stato un incontro fortuito e che, se fosse stata attenta, non l’avrebbe più rivisto in una metropoli come quella, ma non lo fece, anzi; sorrise dolcemente e le si sedette accanto.
«Com’è andata?» le chiese. Sofia le raccontò tutto, compreso il bigliettino con un numero di telefono sopra, compreso il modo in cui lui l’aveva chiamata Sophie, che l’aveva mandata sulla luna. Compresa la sua confusione, il suo desiderio, la sua paura.
«Già una volta l’ho allontanato, ma lui non si vuole proprio arrendere. Che devo fare?»
«Quello che vuoi fare, è ovvio! Senti, non ti sembra strano che in una città così grande, dopo cinque anni, incontri proprio lui? Secondo me è il fato che vi ha fatti rincontrare. Secondo me quello che entrambi provate è importante, deve esserlo, e secondo me persino Luke deve averlo pensato».
La costrinse a guardarla.
«Sapete perfettamente entrambi che è pericoloso, che è vietato, ma in qualche modo è come se l’universo stesse cercando di darvi una seconda possibilità, Sofia. Tu cosa vuoi fare? Coglierla o lasciartela scappare di nuovo per paura?»
«E se rovinassi tutto? E se tutto questo non facesse altro che farmi soffrire e basta?»
Carmen si alzò e andò a prendere il telefono.
«Potresti guardare nel suo futuro e scoprirlo, Sofia, se ci tieni. A che serve avere poteri da chiaroveggente se non li usi quasi mai? Secondo me però non sarebbe divertente. Perché non provi a scoprirlo alla vecchia maniera?». Le allungò la cornetta.
«Non negarti la felicità, se questa ti si presenta su un piatto d’argento», concluse. Le diede un bacio sulla fronte e si ritirò nella propria stanza.
Sofia guardò la cornetta traslucida; era notte, e probabilmente non l’avrebbe beccato a quell’ora. Ciononostante, prese il bigliettino stropicciato dalla tasca del proprio cappotto e chiamò.
Squillò a lungo; poi ci fu uno scatto, e rispose una voce maschile.
«Sì?»
«Sto… Sto cercando Luke Warner, abita qui?»
Ci fu una pausa.
«Sì, ma al momento è al lavoro, sono il suo coinquilino. Vuoi lasciare un messaggio?»
Sentì il cervello andarle in blocco. E se quel ragazzo li avesse beccati? E se li avesse denunciati? Prese un bel respiro.
«… Sì, ecco, puoi dirgli che ha chiamato Sophie a questo numero? Se vuoi te lo detto».
Ci fu una pausa.
«Dimmi pure».
Sofia gli dettò il numero e riattaccò prima che il ragazzo potesse dirle altro. Si sforzò di dormire ma prese sonno molto tardi. Si risvegliò il mattino seguente grazie alla voce di Carmen. Era al telefono, in pigiama, e il sole era ancora tenue. Doveva essere molto presto, ma lei sembrava piuttosto energica.
«Ma guarda un po’!», stava dicendo. «Sì, sì. No. No, Jessica inizia la scuola l’anno prossimo. Sì. Sì, mi farebbe tanto piacere se venissi a trovarci! Secondo me ti piacerebbe la piccola, ci andresti molto d’accordo». Le lanciò uno sguardo e, trovandola sveglia, si affrettò ad aggiungere:
«Si è svegliata, te la passo», e le allungò la cornetta.
«Ho avuto il tuo messaggio», la salutò Luke quando al chiacchiericcio cordiale di Carmen si sostituì un silenzio imbarazzato.
«Hai telefonato, il che è già un gran passo in avanti», continuò. Sembrava sollevato.
Sofia si aggiustò sul divano, più lucida.
«E qual è il prossimo, eh? Iniziare a uscire insieme come se non fosse un problema?»
Aveva paura della risposta.
«Beh, sì in realtà».
La semplicità con cui lo disse la mandò fuori di testa.
«Ma sei matto?! Hai idea di quello che succederebbe se ci scoprissero? E se il tuo coinquilino spifferasse tutto? E se ci stessero ascoltando in questo momento?»
Luke rise.
«Questa è bella. Non pensavo che fossi una che si spaventa facilmente. E poi non ti sto chiedendo mica di sposarmi, eh. Ti sto chiedendo un’uscita, come due persone normali».
Sofia sbuffò.
«Ovvio che non vuoi sposarmi, non puoi. E comunque ci vedrebbero se uscissimo insieme, non ti pare?»
«A tutto c’è una soluzione. Quello che voglio sapere io è se tu ci stai o no».
Di nuovo quella maledetta determinazione; ché da dove la tirasse fuori, Sofia proprio non lo sapeva.
«Perché ti ostini così tanto?»
«E tu perché non rispondi alla mia domanda?»
«Perché non era una domanda. Era la formulazione di un tuo desiderio».
Lo sentì sospirare.
«Ok. hai vinto. Mi ostino perché mi piaci. Mi piacevi al liceo e mi piaci adesso. E voglio uscire con te, perché sei come una cazzo di lampada, e io sono una falena tonta che non può fare a meno di orbitare verso di te, hai presente?». Fece una pausa, prese fiato. «Adesso, mi dici se ci stai o no? Ti lascerò in pace se mi dici di no, non ti tormenterò, giuro. Ma ho bisogno di sapere, Sophie, perché mi è sembrato che scorresse qualcosa tra noi l’altra notte, come elettricità liquida, e credo che lo abbia sentito anche tu, altrimenti non ti comporteresti così».
Quel fiume di parole la investì in pieno, mozzandole il respiro. E la consapevolezza improvvisa di avere tutto quel potere su di lui la spaventò, perché non lo voleva. Perché non pensava di poterlo avere su qualcuno da cui si sentiva così succube. Le sembrava – ripensò spesso a quel momento in futuro – di trovarsi di fronte ad un punto fondamentale della propria vita, un bivio. E sapeva che se avesse proseguito per quella strada – quella dove Luke si trovava in quel momento – non sarebbe più potuta tornare indietro.
Pensò, per un lungo istante, ai suoi occhi, di nuovo, come se tutto di quel ragazzo potesse ridursi a quel paio di occhi azzurri, e alla determinazione che le avevano rivelato l’altra notte, prima che lei scendesse dall’autobus.
«Luke, stiamo per fare una cazzata», disse, infine.
Lo sentì ridere di nuovo.
«Che c’è di così divertente?»
«L’hai detto come una bambina che sta per rubare delle caramelle», rispose.
Sofia arrossì.
«Beh, però è vero».
«Allora vuol dire che ci stai?». C’era una nota di speranza nella sua voce, che sembrò trasudare dalla cornetta e poggiarsi sulla sua guancia, come un bacio.
«Sì, che il diavolo mi maledica, ci sto».
