Supersuono

Lo ricordava, il giorno che lo avevano portato a casa. Aveva sbirciato dal corridoio i genitori che lo sistemavano con cura nella camera che dava sulla piazza, contemplandolo soddisfatti. Quella mattina il sole era nascosto dietro le nuvole, ma era alto nel cielo, e illuminava la stanza come un riflettore, mettendo in risalto proprio quel massiccio rettangolo appoggiato alla parete.

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L’alieno

Era una grigia mattina di febbraio, ventosa e fredda. Il cielo era carico di pioggia, pronto a rilasciare i suoi freddi proiettili in qualsiasi momento. In un asilo alla periferia della città i bambini, muniti di impermeabile e stivali di gomma, osavano sfidarlo, saltando nelle pozzanghere, tra risa e schiamazzi. Le maestre li osservavano da sotto il portico, braccia conserte, intirizzite dal freddo, con un leggero sorriso nostalgico.

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Il mito di Persefone – Quello che non ti hanno detto

C’era una volta una giovane donna, nata tra le fronde degli alberi, baciata dal sole e dalla vita. Passava i giorni percorrendo con leggiadria i sentieri battuti, i fiumiciattoli limpidi e non si fermava se non per dormire, al calar della sera, intorno ad un fuoco scoppiettante. Amava la sua condizione: era libera, indipendente e insensibile ai dolori della vita. Non aveva paura neanche dell’oscurità; ne ammirava le stelle, si inchinava alla Luna, Signora della Notte e si addormentava, ogni volta, cullata dai rumori del sottobosco. Gli animali, anche quelli più feroci, non le recavano alcun male, ma anzi lasciavano che le sue mani affusolate e delicate si posassero su di loro. I lupi erano suoi fratelli, le tigri sue sorelle.

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[Luke] Sperare, perseverare, sanguinare

I muri esterni delle abitazioni erano morbidamente ricoperti dalle ombre della notte, che ritagliavano qua e là disegni geometrici perfetti. Nell’aria risuonavano i miagolii dei gatti e il crepitio delle foglie secche, calpestate da topi e scarafaggi: il microcosmo animale era uno dei pochi segni di vita presenti a quell’ora; il resto della città dormiva.

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[Dylan] Sogni su divani scomodi

Faceva dannatamente freddo, quella mattina. La temperatura era prossima allo zero – cosa che normalmente non avrebbe fatto battere ciglio a Dylan, che amava l’inverno e la montagna e aveva trascorso moltissime estati accampato per i boschi. Il passare degli anni, però, glielo aveva reso estremamente scomodo, soprattutto quando era l’umidità ad acuire il gelo, scavandogli le cicatrici con freddezza e causandogli fastidiose fitte che lo facevano somigliare a un anziano con i reumatismi.

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[Sofia] Città-specchio e persone-lampade

Los Angeles era una brulicante città-stato, piena di luci e riflessi. Un bellissimo diamante per molti, una fastidiosa lampada ammazza-mosche per altri. Sofia era ancora indecisa sulla propria posizione in materia. Non si recava spesso in città; il divano di Carmen era comodo e le piaceva la tranquillità della via in cui abitava, tutta chiara e scandita da piccole aiuole quadrate impiantate sul marciapiede. Seaville era un gioiellino, tanto simile al set di un film da immergerla in un’atmosfera da sogno ogni volta che percorreva la via per andare al negozio o guardava fuori dalla finestra i colori del tramonto. Los Angeles – Los Angeles era una casa degli specchi formato gigante, caotica e abbagliante tanto da far venire il mal di testa.

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[Blanche] Un contenitore vuoto

Blanche si svegliò di soprassalto, passando dalla pesantezza del proprio incubo alla calda morbidezza del proprio letto. Il mattino splendeva oltre il tessuto delle tende immacolate, annunciando quella che sarebbe stata l’ennesima mattinata grigia di gennaio. Lanciò uno sguardo alla sveglia sul comodino: erano soltanto le dieci del mattino. Tese l’orecchio, che le restituì il rumore del silenzio: era sola in casa. Sorrise, beandosi della propria piccola solitudine, stringendo a sé il pesante copriletto bianco. Amava le mattinate come quelle, candide e magnificamente vuote di ogni presenza umana, nelle quali poteva concedersi di diventare simile a un oggetto inanimato.

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